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L’attuale via di Monserrato e la parallela via Giulia rappresentavano il cuore pulsante della medievale Regione Arenula. Via di Monserrato, in particolare, ne portava addirittura il nome: strada Arenula. Il toponimo, esteso poi all’intero rione, le veniva dalle frequenti piene del Tevere che al ritirarsi delle acque lasciava sulle strade uno spesso strato di rena. Nella corte interna di palazzo Podocataro, tra le tante importanti iscrizioni romane ne appare una in tono minore, ottocentesca, con tanto di linea di demarcazione ad indicare il livello delle acque raggiunto dalla devastante piena del 1870. La renella lasciata dalle piene veniva fatta raccogliere dai servitori che l’utilizzavano per pulire il pentolame di rame delle grandi cucine patrizie.

Nel corso dei secoli il nome Arenula subisce due variazioni, prima in ‘Reola’ poi in ‘Regola’ e tale resta per denominare il VII Rione detto appunto ‘della Regola’. Lo sviluppo urbanistico della Regione Arenula, appena accennato nel 1400, subisce una decisa accelerazione in vista dell’anno giubilare 1475 con la costruzione di Ponte Sisto, iniziato da Sisto IV nel 1473, aperto per l’Anno Santo 1475 e concluso quattro anni dopo nel 1479. L’apertura del ponte crea una nuova centralità nel quadrante formato da piazza Farnese, Campo de’ Fiori, via del Pellegrino e, a risalire, via Giulia e via di Monserrato, rilanciando in grande stile l’attività edilizia. Nel corso del 1400 vengono iniziati e portati a termine palazzo Farnese e palazzo della Cancelleria. In via di Monserrato si abbattono casupole per far posto a chiese e palazzi: Santa Maria di Monserrato che darà il nome alla strada, è edificata nel 1518, il Collegio Inglese con l’annessa chiesa di San Tomaso di Canterbury è del 1575, altre chiese antecedenti come San Girolamo della Carità e Santa Caterina della Rota vengono ampliate e successivamente ricostruite. La quattrocentesca chiesa di San Giovanni in Ayno, all’angolo di piazza Ricci, riattata nel 1590 da Evangelista Bonanni di San Gimignano come attesta un’apposita iscrizione sulla facciata, nel corso dei secoli decadrà diventando prima abitazione e poi bottega. Un’altra chiesetta, chiamata per le sue esigue proporzioni Santa Teresina, sorgeva tra palazzo Rocci e un palazzo di proprietà del Collegio Inglese che nell’Ottocento diventerà palazzo Corsetti.

Non è da meno l’edilizia civile che cambia volto alla strada accogliendo nobili famiglie e alti rappresentanti della Curia. La Corte Savella, prigione di Beatrice Cenci, è ampiamente rimaneggiata e in parte inglobata al Collegio Inglese; il cardinal Rocci edifica l’omonimo palazzo al numero 25 diventato poi Pericoli; su piazza Ricci affaccia il palazzo che il cardinale Ricci ha acquistato tra via Giulia e via di Monserrato, impreziosito dai graffiti di Polidoro da Caravaggio. Quasi di fronte a piazza Ricci, in via di Monserrato 18, 19, 20, 21, il cardinale cipriota Ludovico Podocataro, segretario particolare e medico di papa Borgia Alessandro VI, nel 1499 fa costruire quello che diventerà lo storico palazzo Podocataro le cui mura nel chiostro del giardino segreto furono fatte affrescare a Perin del Vaga. All’angolo di piazza Ricci, di fronte a palazzo Podocataro, svetta l’imponente mole di palazzo d’Aste (anche questo diventato poi Pericoli ed infine Sterbini), dove oggi apre le porte il celebrato ristorante Pierluigi, punto di ritrovo dei politici americani in trasferta romana. A seguire il cinquecentesco palazzo Incoronati de Planca e accanto l’isola di case e casette che davano vita al cosiddetto Monte Planca Incoronati, un eterogeneo complesso di abitazioni date in affitto, note soprattutto per alimentare le movimentate cronache popolari del tempo; certo mai tanto quanto quelle mosse da altri tre ben più nobili abituri, la casa-palazzo di Pietro Paolo Francisci detto della Zecca, posta di testa a far da spartiacque tra via del Pellegrino e via di Monserrato, fatta costruire appunto dal Pietro Paolo zecchiere di papa Paolo II e abitata in seguito dalla celeberrima Imperia, cortigiana d’alto bordo che la tramutò in una delle case di piacere più sontuose di Roma dove ogni minima cosa era opera di celebri artisti che la dama ripagava in natura.
Della coltissima “cortisana honesta” Imperia, al secolo Lucrezia Grassi, figlia di Diana Corgnati e di Paride Grassi maestro di cerimonie del papa che curò le esequie del cardinale Ludovico Podocataro, si dice che sia stata la giovane amante di Tommaso ‘Fedra’ Inghirami, segretario del suddetto cardinale, di Angelo del Bufalo e infine del banchiere Agostino Chigi che la fece trasferire alla sua villa al di la del Tevere, La Farnesina, dove Imperia appare ritratta in più dipinti di Raffaello nelle sue celebrate Logge. Un’altra casa di piacere si trovava in un vicino vicolo dal nome inequivocabile: vicolo Calabraghe, l’attuale vicolo Cellini; al numero 31, ancora oggi si può ammirare il palazzetto istoriato di una celeberrima “cortesana honesta” della quale si è perso il nome ma non il ricordo delle sue ‘virtù’. La terza casa ‘chiacchierata’ si trovava e tutt’ora si trova risalendo via di Monserrato al numero 117, dove visse un’altra cortigiana di nome Tina. Il cinquecentesco palazzetto, molto ben frequentato ai tempi di Tina, alla sua morte cadde in rovina e forse per i suoi incolpevoli trascorsi nessuna nobile famiglia lo ‘accasò’. A fine Ottocento, il nuovo proprietario incurante degli ormai superati pregiudizi iniziò tra le molte critiche dei vicini, un consistente seppur rigoroso restauro che concluse in aperta polemica facendo scolpire sull’architrave del portone la scritta in latino “TRAHIT SUA QUEMQUE VOLUPTAS”. In poche parole “Ognuno è mosso dal proprio piacere”. Come dire “Faccio come mi pare”. Il motto dell’oscuro proprietario del palazzo della Tina in Monserrato, ben si attaglia al pensiero di papi come Giulio II, Leone X e Sisto IV, fieri sostenitori dei tre principi fondanti che segneranno l’urbanistica della nuova Roma, “pro ornamento et decore strate nove”: funzionalità, decoro e ornamento.

L’assunto si tramuta in strade rettilinee con palazzi patrizi, case decorose e chiese rigorosamente allineate sui due lati delle nuove strade ‘recte’ nate sull’esempio della via Alexandrina aperta ai Fori da papa Alessandro VI per il giubileo del 1500. Le strade ‘recte’ che rimodellano la Regione Arenula sono via del Pellegrino, via dei Banchi Vecchi collegata con via di Monserrato e la via ‘Magistralis’ chiamata con il nome del papa che la ridisegnò: via Giulia. Il tridente a ventaglio che collega ponte Sant’Angelo a ponte Sisto, piazza Farnese e Campo de’ Fiori, fa il paio con l’altro tridente, quello che da piazza del Popolo porta alle pendici del Quirinale, a piazza Venezia e a piazza Navona. A differenza di quest’ultimo, però, il tridente della Regione Arenula suscita maggiore interesse negli investitori del tempo, i ricchi banchieri fiorentini ‘padroni’ dei Banchi vecchi e di molte altre famiglie nobili che in buona sostanza muovono l’economia della città. La ‘recta’ Magistralis di Giulio II, si orna d’importanti chiese, a cominciare da San Giovanni dei Fiorentini, che gli fa da anticamera. Lungo la strada, tra le altre, si trovano San Filippo Neri, detta di Filippino per le sue modeste dimensioni (oggi ridotta a studio di design), la chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte, poi Santa Maria del Suffragio, San Biagio della Pagnotta, quella di Sant’Eligio degli Orafi, l’al- tra di Santa Caterina da Siena e Santa Maria Annunziata del Gonfalone, oggi Oratorio del Gonfalone, quindi il soppresso monastero di Sant’Aurea sulle cui rovine, morali e materiali, sorse l’attuale Santo Spirito dei Napoletani. Il chiacchierato monastero di Sant’Aurea accoglieva in clausura molte figlie legittime e non della nobiltà romana, avviate alla carriera monastica più per ragion di status che non per naturale vocazione. La qual cosa favorì una forma di lassismo con le giovani ospiti in clausura di giorno e fuori dalle sue mura al calar della notte, magari per andare semplicemente a dormire nel vicino palazzo di famiglia, ma spesso altrove. Alla blanda clausura in uscita si aggiunsero poi poco discrete presenze maschili in entrata. Un andazzo intollerabile che portò alla chiusura del convento.

Alle chiese si affiancano nobili palazzi come palazzo Falconieri, il retro di palazzo Farnese con i giardini e lo storico passetto che nell’intento dei Farnese e di Michelangelo avrebbe dovuto collegare il palazzo alla villa Farnesina sull’altra sponda del Tevere. A seguire, palazzo Badoca- Muccioli, palazzo Lecca di Guevara, poi l’attuale palazzo Ricci costruito nel 1525 da Nanni di Baccio Bigio per la nobile famiglia toscana dei Calcagni decorato da Polidoro da Caravaggio e Maturino da Feltre. Nanni di Baccio Bigio, al secolo Giovanni Lippi, completò anche il poco distante palazzo Sacchetti costruito da Antonio da Sangallo il giovane il quale vi abitò fino alla sua morte avvenuta nel 1546. Quest’ultimo progettò anche il cinquecentesco palazzo Medici Marini Clarelli. Ai palazzi di civile abitazione si affiancano le poderose mura delle Carceri Nuove che prendono il posto della lugubre Corte Savella. La costruzione più imponente della ‘sua’ strada, papa Giulio II la commissiona al Bramante, il Maestro ruinante vero ideatore delle vie ‘recte’ della Regione Arenula che dà il via alla costruzione di un enorme tribunale, la Curia Julia, della quale getta le fondamenta e poco meno di quattro metri di alzata. Del palazzo di giustizia mai concluso resta il grande bugnato sporgente che i romani tramutano all’istante in comoda seduta e ribattezzano il sofà di via Giulia, sul quale poi sorgerà un più modesto manufatto adibito a teatro gestito prima dall’Accademia degli Intrepidi poi da quella dei Desiosi. Un secondo teatro si trovava presso la fontana del Mascherone chiamato originariamente Al Carbone (forse per via della famiglia Carboni), poi Al Mascherone, ma non ebbe lunga vita. In un simile contesto urbanistico, caratterizzato da due grandi presenze architettoniche come palazzo Farnese a dominio dell’omonima piazza e la Cancelleria di via del Pellegrino, fioriscono tanti altri palazzi cosiddetti minori, ma non per questo meno importanti per le famiglie che li commissionano e li occupano. Grazie a loro la Regione Arenula si trasforma e si nobilita dando concretezza a due delle tre direttive dei papi ideatori: decoro e ornamento. Nel sen- oltre alla cura esteriore un profondo nutrimento interiore.
Abituali frequentatori dei nobili palazzi dell’Arenula diventano così pittori, scultori, scrittori e poeti ma anche alti prelati e coltissimi cardinali, in gran parte membri dell’Arcadia fondata dall’ex regina Cristina di Svezia sulla sponda opposta del fiume, tra le verdi pendici del Gianicolo nei profondi silenzi del giardino botanico dei Corsini. Questo clima di soffusa cultura favorisce la nascita di grandi collezioni tramutando molti palazzi in tanti musei privati ricchi di quadrerie e importanti raccolte di sculture esposte in sale affrescate dai più celebri pittori del momento. Il palazzo del cardinale e medico di papa Borgia, Ludovico Podocataro, non fa eccezione e con la sua collezione di marmi e iscrizioni romane si colloca tra le più raffinate case-museo della Regione Arenula. © RIPRODUZIONE RISERVATA
