Testamento di morte e cittadinanza romana dell’abate Cornelio Podocataro

Se dubbi ancora sussistevano circa l’identità dell’abate ingaggiato come agente personale dal cardinale Alessandro Montalto, una visione unanime scaturiva tuttavia dalle poche fonti in possesso circa le sue condizioni di ristrettezza economica che lo avevano, con molta probabilità, spinto a ricercare il favore e la protezione di uomini facoltosi. I documenti testimoniano una fitta rete di relazioni tra le varie corti italiane, soprattutto Roma, Padova, Milano, Genova e Urbino, delle quali alcuni Podocataro più capaci si servirono allo scopo di sostentarsi o assicurare aiuto ai propri parenti caduti in disgrazia, accordando la più fidata devozione o compiendo favori per conto di un “padrone” dal quale ricevevano in cambio la massima protezione; molti di essi si ritrovarono in grave difficoltà finanziaria perciò le azioni diplomatiche che si prestarono a svolgere in ambito curiale o nelle corti dei più accreditati personaggi di quel tempo, risultarono spesso un obbligo o una necessità.

Una pagina del testamento di Podocataro Cornelio Abate fu Ettore. 23 Aprile 1627. Atti Chiario.

Sempre presso l’Archivio dei Frari a Venezia, scorrendo tra gli schedari relativi ai vari testamenti di morte, ho rintracciato, tra cedole e protocolli di altri Podocataro, il testamento che fu redatto dall’abate Cornelio, il quale si presentava con la suggestiva intitolazione: Podocataro Cornelio Abate fu Ettore. 23 Aprile 1627. Atti Chiario. L’attento esame del documento conferma sicuramente l’ipotesi che le sue condizioni economiche, al momento in cui decise di stilare un testamento a Venezia nell’anno 1627, quindi in prossimità della morte, non fossero particolarmente buone; al culmine della sua vita non disponeva di grossi beni accumulati o oggetti di valore da lasciare in eredità e ciò stupisce se si considera che egli visse in ambienti di una certa importanza, soprattutto a Roma, dato che rinforza l’idea che il suo ruolo per importanti figure cardinalizie fu quello di un ‘servitore’, per quanto scaltro nelle faccende diplomatiche ed abile nella trattazione con artisti di un certo spessore. Si può ipotizzare che l’abate Cornelio Podocataro si sia impegnato a guadagnarsi la fiducia ed il credito dei signori presso i quali si trovava a servizio allo scopo di colmare debiti di famiglia, assicurare appoggio o supporto economico a distanza.

Il testamento ci fornisce un’informazione circa ‘l’habitazio- Una pagina del testamento di Podocataro Cornelio Abate fu Ettore. 23 Aprile 1627. Atti Chiario. 119 ne di Cornelio’, posta nella contrada di San Maurizio a Venezia: Considerando li pericoli di questa fragil vita, io Cornelio abbate Podacataro, fu del molto ill.re Hettore, di contrà di San Mauritio, sano per gratia di Dio della mente, senso, et intelletto, benche del corpo infermo giacendo in letto in casa della mia habitazione posta nella contra sudetta.

Un punto importante è la scelta del luogo della sepoltura, ovvero la chiesa veneziana di Santa Maria delle Grazie, ad oggi non più esistente, dunque la volontà di essere sepolto nella città di Venezia e non a Roma; si ricava da questo che l’abate decise di vivere i suoi ultimi anni lontano da papi e cardinali romani, scelta che alla luce dei pochi ritrovamenti non può essere giustificata mancando ancora tasselli importanti che permettano di ricostruire le tappe fondamentali della sua vita. Lasso che il corpo mio sy sepolto alla Mad. na delle Grazie S.ma dove più parerà à quei buoni Padri, ch’io sy sepolto; contentandomi di esser riposto nel più vile et infimo luoco, che adessy R.P. parerà, poi che non è piacciuto al S. Iddio, ch’io mi possi fabricar una sepultura come havevo volontà di fare in quella S.ma chiesa.

Per quanto riguarda la chiesa di Santa Maria delle Grazie dove l’abate Cornelio scelse di farsi seppellire, si sa che la costruzione originaria risale all’anno 1417, che fu distrutta più volte ed in seguito ricostruita. Si narra che venne eretta nel luogo di un antico ospizio e che al suo interno fu posta l’immagine sacra della Beata Vergine trasportata a Venezia da Costantinopoli e ritenuta pittura di San Luca; veniva ri-tenuta l’icona così prodigiosa dai fedeli che innumerevoli schiere di persone si mobilitarono in pellegrinaggio per venerarla, ragion per cui l’isola sulla quale venne eretta la chiesa, denominata ‘Cavanella’, tramutò il suo nome in Santa Maria delle Grazie. Un grave incendio scoppiato nel 1528 distrusse tutto, chiesa ed annesso monastero, che tuttavia ben presto risorsero più ampi di prima grazie alle elargizioni dei fedeli. Sopraggiunse il fatale anno 1810 quando l’isola di Santa Maria delle Grazie venne consegnata a Napoleone e del luogo sacro rimase soltanto il nome. Nel libro dedicato all’edificio sacro dello scrittore Cesare Zangirolami, nonostante la descrizione dettagliata delle opere e delle decorazioni presenti all’interno, non emerge alcun riferimento all’abate o ad un altare a lui espressamente dedicato; si legge comunque che la chiesa era abbellita da opere del Tintoretto e di Palma il Giovane, gli artisti di maggior spicco nella Venezia del tempo. Per il sepolcro l’abate lascia al fratello Hercole Podocataro chiare disposizioni ordinando che si spenda poco per il suo ‘’mortorio’’, chiedendo di: Non spender nel mio mortorio che quel manco si può facendo portare il mio corpo in una fiata con solo 4 ò 6 terzi; et il solo cap.lo di San Mauritio. Pregando con ogni humiltà, et riverenza il m.to r.do s.Piovano far questa carità p. l’amor di Dio facendo quella manco spesa, che sy possibile; et vestirmi con un habito di S. Franc. simplicissimo; et con una pietra sotto la testa.

Cornelio lascia in dono alla chiesa di Santa Maria delle Grazie una Madonna in suo possesso, copia della Madonna di Santa Maria Maggiore “dipinta di mano di San Luca”, ceduta probabilmente in virtù dell’origine del luogo legata al quadro antico. Viene altresì citato un dipinto raffigurante un Cristo che l’abate lascia in eredità alla cugina Cleusa Podocataro e, dopo la morte di questa, alla nipote Maria. Lasso alla chiesa S.ma della Madonna delle Gratie la mia Madonna, copia della Mad.na di S. Maria Magg.re dipinta di mano di S. Luca; et questo accio sy tenuta in quel decoro, et veneratione, che si 121 conviene. Lasso questo mio Christo S.mo alla S.ra Cleusa Podacatharo, mia sorella, et cugina amorevolissima, accio si riccordi di me nelle s.te orationi; e doppo la sua morte lo lassi à Maria, mia nipote. Cornelio nomina suo erede universale il fratello Hercole Podacattaro al quale lascia tutti i suoi “mobili, stabili, et crediti”; lo definisce per l’appunto “fratello amorevole”.

Fa poi riferimento ad un debito da pagare nei confronti di un certo Giovan Battista Noris e fa richiesta al fratello di estinguerlo dopo la sua morte attraverso il pagamento di suoi argenti: Pregandolo anco subito ch’io sarò morto pagar un debito di 200 ducati, ch’io ho con il s.r Gio. Batt.a Noris; il quale so, che p. amor mio anderà con ogni destrezza in ricuperar questo suo credito; et quando non si possi far altro, lo paghi con tanti di miei argenti. Non dimentica, inoltre, di ricordare la moglie di Hercole, Leonora, che sottolinea essere “gentildonna prudentissima et savia”, e lascia disposizione affinché questa usufruisca dei beni da lui lasciati al fratello. Un ulteriore rimando alla cognata Leonora è emerso in un altro documento all’interno del quale una scritta recava l’obbligo da parte di Cornelio stesso di “cedere alla signora Leonora 99 ducati”. Inserita in un elenco stilato dopo la morte dell’abate, nell’anno 1655, all’interno della registrazione di impegni finanziari di altri Podocataro, la frase sembrava priva di particolare rilievo se non fosse che aggiungeva un dato in più all’identità dell’abate. Di seguito le parole esatte: R.do Cornelio Podacattaro, abate de S. Michele de Puolla, dar a Leonora Florio ducati 99. Un esplicito riferimento, finalmente, all’abbazia di cui Cornelio Podocataro fu a quanto sembra titolare, San Michele a Pola.

L’elenco delle famiglie riconosciute come cittadini romani: il terzo nome è quello di Hercole Podocataro

Il testamento ha fornito per ultimo un’importante informazione, ossia quella che l’abate redasse un precedente testamento a Roma che andrà successivamente a revocare ed annullare nel 1627, scegliendo di redigerne uno definitivo a Venezia in presenza del notaio veneziano Chiario. Et volendo ordinar, et disponer del mio, ho fatto ivi chiamar, et venir à me Juane Chiario, not. Di Venetia, in casa della mia habitatione predetta; et l’ho pregato, vogli scriver il presente mio testamento, et ultima volontà; p. il quale casso, revoco, et annullo ogni altro testamento, codicillo, overo ordination chi havessi fatto p. inanzi p. mano di qualsivogli not. et specialmente quello feci nella città di Roma; volendo che questo prevagli su ogni altro; et occorrendo il caso della morte mia, quello pubblicar, compir, e roboar con le clausole solite secondo l’uso della città.

Nessun rimando, nel testamento, a figure operanti a Roma o facenti parte del circolo sociale in cui si l’abate si trovò a ‘lavorare’, si suppone in giovane età, per il Montalto; si ipotizza, dunque, che il Podocataro si trovasse a Venezia già da qualche anno. In realtà, mentre conducevo iniziali ricerche presso l’Archivio Capitolino di Roma, ricordo di essermi imbattuta per caso nel vero nome dell’abate sfogliando antichi libri contenenti esigui rimandi ad importanti Podocataro vissuti o operanti nel contesto sociale romano. Grazie anche al suggerimento del professor Massimo Moretti, ho rinvenuto un’altra fonte interessante: la domanda presentata dall’abate e dal fratello Hercole allo scopo di ottenere la cittadinanza a Roma. In data 16 dicembre 1604 venivano registrati come cives honorati, cittadini romani a tutti gli effetti, Cornelio ed Hercole Podocataro. Si deduce perciò che anche il fratello di Cornelio si trovasse a Roma in questi anni; compare ancora una volta l’appellativo di abate e risulta chiaro quale fosse il suo desiderio in quel preciso momento: morire nella città di Roma.

Così riporta il documento: Desiderando vivere et morire in questa alma cità le supplicano a volerli Venezia, Campo San Maurizio dov’era l’abitazione dei Podocataro 123 agregare nel numero delli loro citadini, che ne senarano obbligatiss. alle ss.rie loro ill.me. Non si conoscono ancora le motivazioni o le vicende precise ma questo lascia immaginare, soprattutto dopo la lettura del testamento, che nei suoi ultimi anni vi fu un radicale cambio di volontà da parte dell’abate. Secondo alcune fonti, inoltre, un abate Podacattaro risulta risiedere nella parrocchia di S. Lorenzo in Damaso nel 1602 ed è compreso tra gli inscritti all’Arciconfraternita del Gonfalone di Roma. I documenti inediti ritrovati hanno contribuito a svelare l’identità celata dell’abate agente ed intermediario per uomini di spicco nella Roma di fine Cinquecento ed inizio Seicento ed il testamento in particolare è stata una conferma della precaria situazione economica di un uomo pronto a condurre affari diplomatici per cardinali dai quali in cambio riceveva sostegno e protezione. Né Lorenzo quindi, né tantomeno Pietro, ma Cornelio Podacattaro, abate di San Michele di Pola, vissuto nella contrada di San Maurizio a Venezia, figlio di Ettore e fratello di Hercole Podacattaro, morto nel 1627 e sepolto in tutta semplicità nella chiesa veneziana di Santa Maria delle Grazie.

Se fino a questo punto nessun riferimento, nessun dettaglio era emerso circa i famosi personaggi afferenti all’entourage del cardinale Alessandro Peretti, le ricerche attualmente in corso e gli ultimi e freschissimi ritrovamenti hanno spiazzato aprendo nuovi ed illuminanti scenari e rivelando che l’abate, prima ancora di aver a che fare con Palma il Giovane o con il Montalto, si trovò a ‘’lavorare’’ al servizio di un altro grande cardinale, e quasi certamente insieme al patriarca di Gerusalemme Fabio Biondi e al colto segretario Antonio. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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