L’opera di intermediazione dell’abate […]
Lo scopo delle ricerche era fare chiarezza sull’identità di una figura enigmatica, vissuta all’incirca tra la metà del ‘500 e i primi trent’anni del secolo successivo, appartenente all’antica e nobile famiglia dei Podocataro originari di Cipro e ricorrente nei documenti ad oggi raccolti, genericamente e molto semplicemente, con il riferimento di Abbate Podacattaro. Oscurata dai nomi di grandi personaggi, questa ambigua personalità si è tuttavia dimostrata essenziale nei progetti di scambio e nelle committenze artistiche di allora. Il solo appellativo di abate è a lungo risultato sufficiente nel considerare di grande rilevanza il lavoro diplomatico svolto per conto di illustri cardinali e uomini di spicco del periodo rinascimentale. La scarsità di fonti a disposizione non aveva permesso di definire un ritratto preciso dell’abate né di stabilire chi fosse veramente eppure, anche senza un nome specifico, rimandi a questo personaggio titolare di una sconosciuta abbazia continuavano ad emergere in diversificati documenti, intrigando studiosi desiderosi di svelare l’identità di un ecclesiastico grazie al quale un importante cardinale come Alessandro Damasceni Peretti, noto come il cardinal Montalto e nipote di papa Sisto V, era riuscito ad accaparrarsi a distanza opere realizzate da artisti rinomati del periodo.
Allo stato attuale delle ricerche, all’abate Podacattaro si riferiscono i documenti relativi alla contabilità del cardinale Montalto, al cui esame si è dedicata di recente la ricercatrice e storica dell’arte Belinda Granata, e lettere trovate presso l’archivio Graziani di Vada, dove da tempo è impegnato in uno studio specializzato Massimo Moretti, professore di Storia dell’arte, Iconografia e Iconologia presso l’Università ‘’La Sapienza’’ di Roma. Le fonti dichiarano apertamente che l’abate in questione, vissuto nel Seicento, fu strettamente connesso alla figura di Antonio Maria Graziani, prelato cattolico romano, nunzio apostolico a Venezia (nella foto in alto), vescovo di Amelia e successivamente segretario del cardinale Commendone, ed in modo particolare al cardinale Alessandro Montalto. A Belinda Granata va riconosciuto il merito di aver rintracciato nei libri di conti del cardinale, conservati nell’Archivio Capitolino, sette pagamenti ricondotti al ciclo di Alessandro Magno: si tratta di documenti relativi ad undici ovali con le storie del re realizzati da celebri artisti quali Domenichino, Albani, Baglione, Sisto Badalocchio, Antonio Tempesta, Antiveduto Grammatica e Antonio Carracci, i quali risultano versati grazie all’intermediazione dell’abate Podacattaro. Dieci quadri vengono commissionati il 19 dicembre 1614, quando è registrato il primo acconto di cento scudi “all’Ab bate Podacattaro quali sono per fare alcuni quadri per servitio della casa nostra”. Secondo la storica dell’arte altri quattro pagamenti risultano registrati tra il 3 febbraio e il 6 dicembre 1615 fino al saldo finale del 21 aprile 1616: “e a 21 detto (aprile 1616) scudi 96 moneta all’Abbate Podacattaro quali sono per resto et compimento de scudi 1146 simili che importano i quadri con le loro cornici che egli ha fatti fare per sino al presente giorno per servitio del nostro Casino nuovo di Bagnaia et anco restati in casa che scudi 1050 l’ha havuti a buon conto”. Sempre dai libri di conti del Montalto si è potuta confermare la ricorrente e costante presenza dell’abate negli affari diplomatici svolti per conto del cardinale e dai documenti si ricava che manifestò straordinaria abilità nel curare i suoi interessi nell’ambiente artistico romano nel quale si trovò ad operare, e non solo. Pertanto si legge ad esempio: “il 29 gennaio 1614 è pagato scudi 25 e giulii 50 moneta (…) quali sono per resto et a computo de scudi 85, giuli 50, che importa la spesa fatta nel suo viaggio di Fiorenza per servizio nostro, che scudi 60 n’hebbe a bon conto”. Anche il professor Moretti, seguitamente all’ analisi delle lettere rinvenute a Vada nell’archivio Graziani, ha esaltato nei suoi articoli, pubblicati nella rivista Storia dell’Arte, la preziosa opera di intermediazione che l’abate si prestò a svolgere, nei primissimi anni del Seicento, per conto del prelato Antonio Maria Graziani e dello stesso Montalto. Il Graziani, dopo la morte del cardinale Commendone, di cui il vescovo di Amelia era stato un fedelissimo servitore, nel 1587 iniziò a prestare i suoi servigi presso l’allora giovanissimo nipote di papa Sisto V, per assisterlo insieme a Fabio Biondi, che verrà nominato patriarca di Gerusalemme, nella funzione di diplomatico. Dopo la morte del pontefice, sopraggiunta il 29 agosto dell’anno 1590, nel nuovo conclave venne chiesto all’abate Graziani di entrare nella clausura dei cardinali e di svolgere negoziazioni per il cardinale Alessandro. Il professor Moretti sottolinea come negli anni antecedenti al 1606, dietro la committenza di dipinti a celebri pittori veneziani, si siano celati i gusti e le influenze del circolo sociale del cardinale Montalto, riconoscendo come il singolare interesse dimostrato in quell’epoca nei confronti della pittura veneziana in modo particolare ebbe maniera di esprimersi compiutamente grazie all’operosità di agenti e figure mediane ingaggiate per stringere, anche a distanza, accordi con influenti artisti del secolo finalizzati all’acquisto di grandi opere d’arte. Straordinario è stato il ritrovamento di più di cinquanta lettere inviate tra il dicembre del 1600 e il luglio del 1602 tra le città di Roma, Venezia, Sassoferrato, Amelia e Borgo Sansepolcro, fondamentali per ricostruire tutte le fasi legate ad una commissione avvenuta completamente a distanza e grazie all’impegno di intermediari esperti di cui Antonio Maria Graziani si servì allo scopo di ottenere per sé, con le migliori trattative, un’opera realizzata dal più apprezzato artista del Seicento, il veneziano Palma il Giovane. Così riporta in suo articolo Massimo Moretti: “Sulla pala d’altare destinata al Duomo di Sansepolcro realizzata per Antonio Maria Graziani, le carte sembravano tacere almeno sino al dicembre 1600 quando, per mezzo del priore della Misericordia di Venezia Girolamo Savina e dell’abate Podacattaro, servitore del cardinal Montalto, risulta avviata la trattativa per l’Assunzione realizzata infine da Palma il Giovane tra il 1601 e il 1602”. Quando il prelato Graziani iniziò a pensare ad una pala d’altare raffigurante un’Assunzione, da collocare nel Duomo di San Sepolcro, volle rifarsi ad un’opera eseguita precedentemente e purtroppo andata dispersa, una Pentecoste che il patriarca di Gerusalemme Fabio Biondi era riuscito ad ottenere da Palma il Giovane per la sua cappella a S. Silvestro al Quirinale, secondo quanto registrato nei documenti, proprio grazie alla mediazione dell’ abate Podacattaro: “Secondo il gusto di Fabio Biondi la pala era riuscita assai bene’’ e meritava i cento scudi il cui saldo sarebbe stato consegnato all’artista a Venezia proprio dall’abate Podacattaro”.

prima della santità
Le lettere datano la commissione e l’esecuzione della perduta Pentecoste entro il dicembre dell’anno 1600 e da un importante confronto avvenuto tra Antonio Maria Graziani e l’abate, mentre entrambi soggiornavano nei pressi della villa del cardinal Montalto a Bagnaia, si deduce che il vescovo di Amelia si fosse deciso ad avere a tutti i costi un’opera realizzata dal famosissimo Palma il Giovane e per non più di cento scudi, stessa somma che fu sborsata dal Biondi, pur essendo il suo quadro di dimensioni più ridotte. Come scrive il professor Moretti, l’immagine inconfutabile che dai documenti si ricava circa l’abate Podacattaro è quella di un intermediario esperto, impegnato a guadagnarsi costantemente la stima e la fiducia del cardinale. Per tale motivo Belinda Granata ha ipotizzato potesse trattarsi di un certo Lorenzo Podocataro, poiché familiare del porporato dal 1602 e documentato tra il 1608 e il 1616 come agente ingaggiato allo scopo di ottenere per il Montalto opere di qualità e al giusto prezzo. Altri studiosi hanno a lungo identificato questa figura nell’abate Pietro Podocataro, titolare dell’abbazia della Vera Croce a Cipro, nipote dell’arcivescovo Livio e gravitante tra Roma e Venezia nella seconda metà del Cinquecento. Si è dunque pensato al Pietro presente in questi anni a Palazzo Podocatari insieme a Pietro Bembo o a Filippo Neri, anche perché coetaneo di Antonio Maria Graziani. Amico di Pietro fu anche il famoso Giovanni Animuccia, musicista attivo al servizio della Vallicella, anch’egli ospite illustre del palazzo e legato in amicizia a Filippo Neri. Si sa che nel febbraio 1570 il compositore dedicò all’abate Pietro Il secondo libro delle laudi. Dove si contengono mottetti, salmi, et altre diverse cose spirituali, vulgari, et latine: questo dato conferma l’ipotesi di una sua vicinanza all’ambiente orato115 riano del Neri, osservato anche dal Graziani. Se da una parte l’esame dei documenti riferiti al cardinale e al vescovo Graziani ha fornito informazioni precise relativamente all’importante azione diplomatica svolta dall’abate nei rapporti con i grandi protagonisti del Seicento, dall’altra moltissimi dubbi ancora sussistevano circa la costruzione di definito profilo identitario, perciò in mancanza di fonti sufficientemente chiare è risultato difficile stabilire come si chiamasse e quale tra i Podocataro fosse. © RIPRODUZIONE RISERVATA
