Palazzo Podocataro, la corte interna e il cancello del giardino segreto. In alto lo stemma araldico della famiglia Corsetti accanto a un’immagine dell’ingresso di Palazzo Podocataro, che riporta sul soffitto lo stemma Corsetti
La famiglia Corsetti, nuova proprietaria di palazzo Podocataro, proviene dal ramo di Firenze e opera da anni nella Regione Arenula. Pur avendo nobili radici, a Roma non trova fertile terreno per entrare a far parte della nobiltà nera capitolina; le vecchie famiglie della nobiltà romana fanno quadrato contro i nuovi entrati come i Corsetti, i Mazzetti di Pietralata, i Torlonia e molti altri, ricchi di sostanze ma, a loro dire, poveri di buone maniere. La ricchezza dei Corsetti viene dalla loro primaria attività di ‘spedizionieri’, una professione a cavallo tra agenti d’affari e mercanti di campagna, che esercitano da molte generazioni prima ancora di scendere a Roma. L’ultimo ‘spedizioniere’ dei Corsetti, Luigi padre di Giovanni, movimentava capitali e lettere di credito da capogiro. Il figlio Giovanni, in tono minore, si limita alla gestione della sua piccola ma solida banca privata. In sostanza presta soldi chiedendo in garanzia beni fondiari, soprattutto case ma anche orti, vigne, appezzamenti e intere tenute. I più celebri notai della Curia Capitolina e dell’Auditor Camerae, sono disposti a tutto pur di assicurarsi un cliente come il giovane Corsetti il quale, infatti, appare con grande assiduità sulle rubricelle notarili di almeno una dozzina di studi. Rubricelle che il più delle volte parlano di prestiti non onorati conclusi con la perdita del bene ipotecato. Giovanni Corsetti abita in piazza Navona 86 ed è fideiussore del palazzo di proprietà del Collegio Inglese confinante con palazzo Podocataro. Allo scadere della fideiussione Giovanni fa valere il suo diritto di prelazione e acquista il palazzo per seimila scudi d’oro che vanno a rinpinguare le esangui casse del Collegio Inglese depredate dai francesi durante l’occupazione. Questo è il secondo palazzo che risulta acquistato attraverso una normale compravendita. Il primo è il confinante palazzo Podocataro dei folignati Orfini. Quando Alessandro Orfini decide di vendere, Giovanni fiuta l’affare ed è lesto a concludere.
L’occasione è data dall’imminente matrimonio del figlio Stanislao con la contessa Donatil- L’ingresso di palazzo Podocataro, sul soffitto lo stemma Corsetti 59 la Lezzani, figlia a sua volta di un altro esponente del mondo finanziario romano, Giuseppe Lezzani. Oltre al palazzo di famiglia in via Rasella 145 Giuseppe Lezzani, al pari del Corsetti, vanta un gran numero di proprietà immobiliari nel centro storico, al Corso, ai Castelli e appena fuori le mura. Tra queste vale citarne due per tutte: una splendida villa di campagna sulla via Nomentana all’altezza del Mausoleo di Santa Costanza e un’immensa vigna fuori Porta Pia acquistata da Nicola Piccirilli, comandante della piazza militare di Roma, padre di Carolina, moglie della guardia nobile Michele Alvarez de Castro. Il matrimonio di Stanislao Corsetti con Donatilla Lezzani, segna l’unione tra due famiglie del generone romano, rafforzata nel 1847, da un secondo matrimonio; questa volta è la sorella di Stanislao, Giulietta, a sposare un Lezzani, Massimiliano che dopo la morte del padre Giuseppe, ha preso in mano le redini degli affari di famiglia. Così come Stanislao farà con suo padre Giovanni il quale, gravemente malato, il 12 settembre del 1840 firma una delega generale a favore del figlio. Giovanni muore il giorno successivo lasciando erede universale Stanislao, fatti salvi i diritti della moglie Felice Corneli e la dote della sorella Giulietta. Mille scudi presi dal monte dote della moglie Felice, Giovanni li riversa sotto forma di prestito ipotecario dall’enfiteusi sul palazzo del Collegio Inglese nel capitale per l’acquisto di palazzo Podocataro. Un travaso di scatole cinesi molto frequente negli atti di compravendita che muovono somme importanti e richiedono sapienti giri di conti dove i più deboli della catena finiscono invischiati come pulcini nella stoppa. Ovviamente non è il caso dei Corsetti che in questo genere di affari, da quei navigati affaristi che sono, in simili flutti nuotano a loro completo agio. La presa di possesso di palazzo Podocataro da parte della famiglia Corsetti, marca un’inversione di rotta nell’utilizzo dell’immobile, non più improntato al reddito com’è stato negli ultimi cento anni, ma nuovamente vissuto in forma di palazzo nobile, di famiglia, dove non c’è spazio per inquilini affittuari. Anche le botteghe tornano d’uso esclusivo di Stanislao Corsetti che in merito al suo nuovo palazzo ha idee chiare e progetti a lungo termine. A beneficiarne per prima è la collezione di marmi disordinatamente sparsa in quello che fu il giardino segreto di Perin del Vaga.Il riordino del palazzo parte proprio dal giardino che torna elemento centrale nell’ottica della casa patrizia e colta che fu all’epoca di Livio Podocataro. La fontana della Venere, restaurata, diventa il fulcro del giardino che, purtroppo, ha già perduto soffocati da un pesante intonaco, i preziosi affreschi di Perin del Vaga; così come l’intera facciata del palazzo non presenta più neppure la minima traccia delle decorazioni geometriche che la caratterizzavano. Il secolo di disamore da parte degli ultimi Orfini romani nei confronti del palazzo ha causato danni irreparabili.
Nella pianta comunale del 1826 sul Rione VII della Regola è evidenziato il palazzo venduto due anni prima, il 12 giugno 1824, da Alessandro Orfini a Giovanni Corsetti. Il cerchio comprende anche i due palazzi di via del Pellegrino che, nel 1840, Stanislao acquista completando ‘l’isola Corsetti’
Gli appartamenti del piano nobile, in passato artificiosamente sezionato in maniera da ricavarne più appartamenti possibili da affittare, tornano ad essere un ambiente unico dove Stanislao e Donatilla gettano le basi della loro nuova famiglia. Alla morte di Giovanni, nel 1840, palazzo Podocataro-Corsetti ha preso forma. Stanislao non vuole certo sfigurare nei confronti dei due Lezzani, Lorenzo ed il fratello Massimiliano, marito di Giulietta Corsetti, i quali, nella loro villa di campagna sulla Nomentana, hanno fatto trasportare e ricostruire un piccolo mausoleo romano venuto alla luce da alcuni scavi su terreni di famiglia a Tor di Quinto. La villa Lezzani della quale parliamo è l’attuale Villa Blanc. Lorenzo Lezzani, fratello di Massimiliano, costruttore di strade per lo Stato Pontificio, edifica al posto del casale di campagna un ‘casino per delizie’ di dieci vani, ampliato poi da Massimiliano in forma di villa. Stanislao risponde allo sfoggio di potere acquistando due palazzetti contigui in via del Pellegrino, dal 105 al 108, confinanti sul retro con il giardino di palazzo Podocataro-Corsetti. Il palazzo contraddistinto dai numeri civici 105 e 106 lo acquista da Agostino Forti, l’altro, quello dal 107 al 108, l’ottiene dai conti Rinaldo e Giuseppe Vallemani, frutto dell’eredità del padre Carlo. L’acquisto dei due palazzi di via del Pellegrino, confinanti con l’altro palazzo Corsetti, quello già di proprietà del Collegio Inglese, consentono a Stanislao di chiudere il cerchio realizzando un’isola dei Corsetti alla maniera antica. Centro dell’intera isola ancora una volta è il giardino sul quale affacciano tutte le proprietà di Stanislao. La cifra distintiva di questi quattro palazzi ad isola marcano la svolta epocale della famiglia Corsetti. Per la prima volta, infatti, non si tratta di case acquisite attraverso la messa in mora di debitori non più in grado di pagare i prestiti ottenuti, bensì d’immobili scientemente acquistati per realizzare un progetto a lungo termine con l’obiettivo, raggiunto, di accreditare i Corsetti come famiglia della nuova nobiltà romana. Nel complesso degli edifici che compongono l’isola-Corsetti, palazzo Podocataro assume una veste ‘istituzionale’ che si tramanderà fino al 1902. Palazzo Podocataro per i Corsetti diventa la ‘dote’ principale dei figli primogeniti, entrando in tutti contratti matrimoniali come casa degli sposi. Diventa quasi un automatismo, quindi, il fatto che il padre al momento dell’emancipazione del figlio torni ad abitare nello storico palazzo Corsetti, lasciando al primogenito la proprietà di palazzo Podocataro-Corsetti. Ogni passaggio di mano, ovviamente, è accompagnato da presunte migliorie e interventi che, almeno nelle intenzioni, si configurano come tali. Il più delle volte, purtroppo, le ‘migliorie’ arrivano a deformare, spesso in maniera irreparabile, l’armonia architettonica dell’immobile.
La loggetta di Perin del Vaga che, nel 1900, è criminalmente sacrificata per realizzare una cameretta di poco conto
Lo sfregio maggiore lo patisce la splendida loggetta di Perin del Vaga che, nel 1900, è criminalmente sacrificata per realizzare una cameretta di poco conto ottenuta tamponando le luci dei tre archi superiori, eleganti ornamenti che danno slancio all’intero fabbricato. Il misfatto è opera di Gustavo Corsetti il quale, nell’arco di sette anni, consuma due matrimoni: il primo con la sfortunata Maria Lucernari nel novembre del 1856 (la poveretta morirà, forse di parto, nel 1860), il secondo, nel febbraio del 1861 con Adele Polverosi la cui famiglia abita il palazzo confinante. Nell’intreccio di parentele molto più frequente allora di quanto non avvenga oggi, il matrimonio di Gustavo Corsetti con Adele Polverosi, porta indirettamente all’apparentamento con altre due famiglie che abitano sempre in zona, i Pericoli, banchieri proprietari tra l’altro dell’imponente palazzo d’Aste che sovrasta per altezza ed estensione il prospiciente palazzo Podocataro, e gli Alvarez de Castro di via della Scrofa che, sempre per vie matrimoniali, entrano a far parte della famiglia Corsetti. Ma torniamo alle origini di palazzo Podocataro- Corsetti ripercorrendo con ordine le tappe ottocentesche dell’edificio e dei Corsetti che si susseguono nella seconda metà del secolo segnato dalla fine dello Stato della Chiesa e l’inizio del Regno d’Italia. Giovanni Corsetti, forte della solidità economica che gli viene dal padre Luigi, abbandona la tradizionale professione di ‘spedizioniere’, nel senso di agente d’affari praticata con successo per più di due secoli dagli avi che erano anche grandi mercanti di campagna, operativi nell’import export principalmente di grano. Della vecchia professione, Giovanni conserva soltanto la parte ‘nobile’, rappresentata dalle lettere di credito che continuano a far parte della sua impresa il cui piatto forte, però, è rappresentato dalla gestione dei prestiti bancari a breve garantiti da proprietà fondiarie, piccole e grandi. In questa veste, nel breve volgere di pochi anni, Giovanni si trova proprietario di decine di case e palazzi che acquisisce e vende ricavando notevoli plusvalenze. L’abilità, il fiuto, in alcuni casi la spregiudicatezza richiesta dal ruolo, fanno di Giovanni il perfetto uomo d’affari di quei tempi decisamente caratterizzati da scarsi ideali.
Il rogito notarile con il quale Giovanni Corsetti esercita la fideiussione sul palazzo di proprietà del Collegio Inglese
Tutt’altro che scarse sono le idee di Giovanni sull’impero economico che si avviava a realizzare: una banca privata in grado di supportare i tanti affari messi in cantiere e portati rapidamente a compimento con buoni frutti. A parte le acquisizioni d’immobili sottratti a debitori inadempienti, il punto di forza di Giovanni come investitore immobiliare è il saper cogliere il momento giusto intervenendo con finanziamenti e quote societarie su immobili di prestigio i cui proprietari sono a corto di liquidi, come per esempio il palazzo del Collegio Inglese, nel quale Giovanni entra con un contratto di fideiussione lasciato maturare lentamente, effettuando migliorie e importanti opere di riassetto che, contratto alla mano, gli consentono alla fine di esercitare il diritto di prelazione. A quel punto gli sono sufficienti seimila scudi per acquisire l’intera proprietà dell’immobile che da allora diventa ufficialmente palazzo Corsetti. Tra le molte operazioni immobiliari portate a compimento da Giovanni Corsetti qualcuna non va nel verso sperato, soprattutto se la controparte appartiene alla vecchia nobiltà romana che trova appoggi e appigli tanto forti da salvare i palazzi dati a garanzia di prestiti onerosi ma non onorati. Giovanni Corsetti, per esempio, non riesce a bissare il colpo del Collegio Inglese, nei confronti del conte Settimio Bischi Bulgarini, debitore per la ragguardevole somma di settemila scudi d’oro. Giovanni fa valere i suoi diritti in tribunale, tanto che i giudici intimano al Bischi di pagare il dovuto più gli interessi maturati, oppure il palazzo di famiglia di via San Tommaso in Parione, confinante con il Teatro della Pace da un lato e la chiesa della Vergine dei Piceni dall’altro, entrerà di diritto tra le proprietà del creditore Giovanni Corsetti. Quando tutto sembra volgere secondo la prassi a favore del Corsetti, entra in scena il principe cardinale Francesco Tiberi il quale si offre di subentrare al creditore Corsetti rimborsando in contanti il debito del Bischi, interessi compresi, versando davanti al notaio Vincenzo Mannucci in via del Foro Traiano 79, la somma di 9.687 scudi d’oro che Giovanni Corsetti accetta cedendo al porporato il suo diritto di prelazione. L’intelligenza imprenditoriale di Giovanni è saper fare un passo indietro quando il caso lo richieda, senza per questo sentirsi sconfitto. Alla fine, anche in quest’occasione realizza una notevole plusvalenza su un prestito che, per colpa del titolato debitore si è trascinato per quasi dieci anni. Alla morte di Giovanni, Stanislao oltre a decine di case e botteghe, eredita un consistente patrimonio in liquidi che gli consentono di operare sul mercato senza portare avanti la redditizia attività del padre e dei suoi avi. Anzi, con la morte di Giovanni si può dire che la progenie, assecondando i tempi correnti, prenderà altre strade professionali, principalmente legate all’avvocatura, come Achille Corsetti che diventa un avvocato di grido del Foro di Roma.
L’atto di vendita della vigna di Porta Pia che Giuseppe Lezzani aveva comperato da Nicola Piccirilli
Le già pingui casse di Stanislao Corsetti, beneficiano della dipartita del suocero Giuseppe Lezzani il quale lascia alla sua secondogenita Donatilla un patrimonio di beni davvero cospicuo: un palazzo ai Chiavari (con terreni) dal numero 4 al 7; una casa all’Olmo in Trastevere con locali terreni; una casa in vicolo del Cinque in Trastevere, con rimessa e stanza terrena su via del Bologna; una casa in Borgo Nuovo ai numeri 82 e 83; altra casa al numero 14 corrispondente a Borgo Vecchio; un palazzo in via Paola, formante isola, (è l’attuale palazzo di testa tra via Paola e Corso Vittorio); una bottega in Panico al numero 69; bottegucce e abitazioni in via dei Coronari 122 e 123; una casa in via dei Coronari 94 e 95; una casa in via in Lucina di due piani più botteghe; due casette in via Leccosa 4 e 5; una casa in via dei Pontefici 10 e 11; una casa in via Vittoria 73 e 74; una casa in via della Vite 97 e 98; una casa al Tempio della Pace con fienile, stalla e rimessa; una casa in via del Mortorio; una vigna a Porta Pia. L’elenco conclude e specifica: “Li canoni gravanti le case e la vigna s’intendono a carico di chi le possiede”. Un carico certamente non gravoso anche in considerazione del fatto che oltre i suddetti beni, il munifico padre lascia a Donatilla un consistente patrimonio che tra buoni fruttiferi del Monte di Pietà e liquidi supera i centomila scudi d’oro. Un discorso a parte lo merita la vigna di Porta Pia, non fosse altro perché, in maniera indiretta, sfiora le due famiglie, Corsetti-Alvarez de Castro. Giuseppe Lezzani aveva acquistato la vigna da Nicola Piccirilli, comandante la piazza militare di Roma, qualche anno dopo la fine dell’occupazione napoleonica.
Nicola Piccirilli, padre della Carolina andata in sposa il 18 febbraio 1819 alla guardia nobile Michele Alvarez de Castro, avendo rifiutato di giurare fedeltà a Napoleone viene arrestato e imprigionato a Castello assieme alla moglie che aveva tentato di sottrarlo alle guardie. A Castel Sant’Angelo Nicola Piccirilli incontra i fratelli Carlo e Michele Alvarez de Castro, guardie nobili, anche loro imprigionati per aver rifiutato di giurare fedeltà a Napoleone. Nicola e Michele usciranno insieme nel 1813, dopo la caduta di Napoleone e la fuga da Roma del generale Miollis. Carlo, fratello minore di Michele, li ha preceduti tre mesi prima, morendo di stenti nelle segrete di Castel Sant’Angelo. I lunghi anni di prigione hanno intaccato a tal punto le disponibilità della famiglia Piccirilli che Nicola si vede costretto a vendere la grande vigna di Porta Pia: 25 pezze romane, pari a circa sei ettari di terra fittamente arborata. Oltre ad un’infinità di viti, infatti, all’atto di vendita il perito conta: 173 olivi, 55 piante di pesco, 10 di zuccherine, 3 di prugne, 5 di albicocche, 2 cerasi, 2 fichi, 2 lauri, 3 peri, 35 mandorli, 908 pioppi ‘maritati’ (ovvero con le viti rampicanti), 12 olmi, 4 gelsi, 3 viscioli, 10 noci e altri 1094 alberi vari. Più quattro canneti a dividere la proprietà dalle altre vigne circostanti. Il perito valuta la vigna 800 scudi d’oro e Giuseppe Lezzani ne paga 900. Una ventina d’anni più tardi, il 18 settembre 1840, Donatilla Lezzani con il marito Stanislao Corsetti vendono a loro volta la vigna al canonico Luigi Fiaschetti per 1400 La collazione del notaio Filippo Bacchetti contenente il contratto di nozze tra la contessina Maria Lucernari e Gustavo Corsetti 71 scudi. Per aggiudicarsi la splendida vigna il compratore, non volendo rischiare il rilancio di altri, paga un prezzo superiore alla stima: 160 scudi d’oro in più della perizia. La larga disponibilità di contanti suggerirebbe maggiore cura per lo storico palazzo che invece conosce soltanto qualche periodica rinfrescata alle pareti e generose distese di carta da parati incollata a strati su quella già posata dagli ultimi affittuari degli Orfini. Stanislao, molto oculato nello spendere, si accontenta di valorizzare le statue e i marmi della collezione Podocataro, forse senza neppure comprenderne il reale valore.
La mancanza di qualificati interventi la dice lunga sulla sensibilità artistica della famiglia Corsetti che fa di tutto per rendere più ‘moderno’ il quattrocentesco palazzo senza curarsi della sua storia antica. I tempi di Livio Podocataro e dei colti Orfini ormai sono passati da un pezzo. Come fecero i genitori con loro, così, il 24 novembre del 1856 si apprestano a fare Stanislao e Donatilla a favore del figlio Gustavo in procinto di sposare la contessina Maria Lucernari. Davanti al notaio Filippo Bacchetti, in via di Santa Maria di Campo Marzio 9, i genitori degli sposi stendono un dettagliatissimo contratto matrimoniale dove il padre della sposa dota la figlia di 15.000 scudi d’oro più un corredo completo da dodici, e i coniugi Corsetti dotano il figlio Gustavo di 27.000 scudi d’oro più il palazzo di via Monserrato ai numeri 16,17,18, 19, 20, 21 e due altri palazzi in via del Pellegrino 105, 106, 107 e 108. Il primo matrimonio di Gustavo dura poco. La contessina Maria muore assieme alla creatura che portava in grembo a seguito di un parto prematuro nel 1859. Due anni dopo, il primo febbraio 1861, la scena si ripete sempre davanti al notaio Bacchetti. Questa volta la sposa è la bella vicina di casa Adele Polverosi; il palazzo della sua famiglia confina con quello del promesso sposo. Questa volta la dote in moneta della sposa ammonta a 17.000 scudi d’oro e quella dello sposo a 50.000 scudi d’oro più il palazzo di via di Monserrato e i due palazzi di via del Pellegrino. Adele darà a Gustavo Corsetti due figlie femmine: Maria e Olga. I quarant’anni che marcano la proprietà di Gustavo Corsetti su Palazzo Podocataro, si avviano a compimento senza registrare interventi particolarmente dirompenti nei confronti dell’edificio. Ma siccome ogni generazione di Corsetti ha voluto lasciare nel bene e nel male un segno del proprio passaggio sul palazzo, Gustavo decide di chiudere il secolo come peggio non poteva.
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