dal 1902 Alvarez de Castro

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Sul finire del 1800 le feste in casa Corsetti per favorire la sistemazione delle due belle figlie, Olga e Maria, fanno epoca. Nella storia orale della famiglia si tramandano le dure reprimende della madre Adele Polverosi-Corsetti, la quale alla fine di ogni festa lamentava la sparizione dalle cornici d’argento delle foto delle figlie, principalmente di Maria che era bellissima, come la madre. Obiettivo fisso degli strali di donna Adele era un gruppetto di giovani sfrontati, tutti appartenenti alla Roma bene di allora. Donna Adele, con le cornici vuote in mano, soffocando a stento una punta di malcelata gelosia, affrontava le figlie colpevoli di non saper frenare l’audacia di quei damerini cacciatori d’immagini sulle quali sognare. Olga e Maria, probabilmente, vivevano quei ‘furti’ con profondo piacere. Tra i ladri di foto figurava di sicuro l’aitante guardia nobile Emilio Alvarez de Castro, perdutamente innamorato di Maria e da questa, per quel che consentivano i tempi e i morigerati costumi, ampiamente ricambiato.

Dopo l’ennesimo ‘furto’, per Emilio Alvarez de Castro, fu gioco forza farsi avanti. Emilio era decisamente un bell’uomo, proveniva da una famiglia di antica nobiltà portoghese, era colto, amava le belle arti e le belle ragazze; poi, cosa non trascurabile, tra quelli del gruppo di ‘scapestrati’ preso di mira da donna Adele, era sicuramente il più apprezzabile. Guardia nobile di Sua Santità, figlio di buona famiglia, i fratelli Filippo e Giovanni in carriera diplomatica, il padre Carlo esente della Guardia Nobile con il grado di colonnello, Emilio aveva tutte le carte in regola per ricoprire il ruolo di pretendente alla mano della bellissima Maria. Non era ricco, è vero, ma per i Corsetti valevano di più i quarti di nobiltà; gli scudi d’oro, per loro, non erano un problema. Tantomeno per Maria che ne era perdutamente innamorata.

Il libro sulla storia della Famiglia Alvarez de Castro

La storia antica degli Alvarez de Castro faceva agio sulla momentanea défaillance economica. I primi Alvarez de Castro erano arrivati a Roma nel 1696 e si erano subito fatti apprezzare per le loro precipue qualità. Va precisato che, secondo il costume portoghese, i primi due rappresentanti della famiglia, portavano il cognome della nonna, una Lopes Rosa andata in sposa a João Alvares de Castro: erano Duarte e Miguel Lopes Rosa.

Il primo dei due, Duarte, era un celebre medico di corte che lo stesso re don Pedro II aveva spedito al capezzale del suo amico papa Innocenzo XII, per sanarlo dalle violente febbri che l’archiatra pontificio Giovanni Maria Lancisi assimilava a quelle patite dal re del Portogallo riportato alla piena salute dalle cure di Duarte. In effetti il medico portoghese ebbe la meglio anche sulle febbri di Sua Santità, quindi era stato invitato a restare a Roma assieme al nipote Miguel, banchiere, che il papa sanato e i suoi successori, nominarono prima gestore del Ducato di Castro, poi con la sua ragione bancaria depositario dei Luoghi di Monte, emissario della prima carta bollata stampata nello Stato della Chiesa, ed infine, per un decennio, gestore unico della Zecca pontificia.

Al di là dei risultati finali decisamente non esaltanti, (la ragione bancaria affondò a seguito di un vistoso crac), gli Alvarez de Castro restati a Roma godevano di buona nomea. Tanto bastava a Gustavo Corsetti per accasare la bella Maria alla quale, come prassi, toccò in dote palazzo Podocataro. Emilio ripagò la fiducia dei Corsetti confermandosi un buon padre di famiglia e al tempo stesso brigò per migliorare la sua personale condizione economica.

A favore di Emilio deve aver pesato una vicenda che in quei giorni animò la vita di società della nobiltà romana, tanto da finire nelle pagine del diario del conte Ignazio della Porta Rodiani Carrara che così riporta l’accaduto: “… avendo l’ambasciatore invitato a pranzo tutta la legazione dell’Ambasciata, fra cui anche Filippo Alvarez de Castro che è cancelliere e il fratello che è gentiluomo, Martens disse all’ambasciatore che non poteva far sedere a tavola sua moglie con quei due signori, al che l’ambasciatore rispose: gli Alvarez sono per famiglia molto più nobili di me e di lei; in ogni modo se l’ambasciatrice del Portogallo non fa eccezioni, è ridicolo che le faccia lei”. In realtà Filippo Alvarez de Castro era Console del Portogallo a Roma e il fratello Giovanni era il capo della Cancelleria della stessa ambasciata. Lo scasso tra l’ambasciatore e l’ex ambasciatore Martens, fece il giro dei salotti della nobiltà romana ed ebbe effetti dirompenti per l’ex ambasciatore giubilato e da quel giorno abilmente scansato da tutti, rilanciando i quarti di nobiltà degli Alvarez de Castro che risalivano all’anno Mille e vantavano tra gli avi più celebri quattro regine, tra le quali la storica Ines de Castro e il viceré delle Indie João de Castro. Nomi altisonanti che erano musica per le orecchie dei Corsetti alla costante ricerca di rivalsa nei confronti della nobiltà nera romana colpevole di aver snobbato loro e le loro ricchezze, come avevano fatto (si consolavano i Corsetti), con il principe dei latifondisti, il ricchissimo Torlonia fresco prosciugatore del lago Fucino.

Emilio dopo essersi assestato nella sua nuova residenza di palazzo Podocataro in via di Monserrato, mal sopporta l’idea della dissoluzione dell’ingente patrimonio familiare operato dagli ascendenti e studia il modo di riscattare quella che lui vive come un’antica colpa. La vicinanza del ricco suocero Gustavo, lo imbarazza. Vuole dimostrare all’amata Maria, ma soprattutto al padre, di che pasta sia fatto. Entrato a vent’anni nella guardia nobile, nell’attuale clima di generale rilancio che si respira in città, pur mantenendo fede al suo giuramento di fedeltà al Santo Padre, si guarda attorno per investire nel migliore dei modi i suoi sudati risparmi. La soluzione la trova in Umbria dove, utilizzando i suoi fondi e accedendo ad un prestito bancario, acquista la fiorente tenuta di ‘Castelluccio’, nei pressi di Gualdo di Narni. L’importante podere, oltre alle case coloniche presenta un malconcio rustico fortificato con la torre medievale che dà nome alla tenuta. Emilio, a differenza del padre, ha uno spiccato senso artistico accompagnato   da una felice manualità e da un discreto segno grafico che gli consentono di portare avanti il restauro del borghetto senza snaturarne le originarie forme. Con l’ausilio di un capomastro e quattro buoni muratori guida lui stesso i lavori. In poco tempo il rudere medievale si trasforma in uno splendido borgo murato tale e quale a come doveva apparire alle sue origini. La tenuta ha buoni vigneti che Emilio con nuovi innesti migliora portandoli ad un livello di alta qualità e ricchi raccolti. In pochi anni grazie alla produzione vinicola estingue il prestito con la banca e comincia a godere pienamente dei frutti del suo investimento. Lo scoppio della prima Guerra Mondiale, per ragioni squisitamente anagrafiche, non sfiora neppure da lontano i due rami degli Alvarez de Castro. I fratelli Emilio e Giuseppe, Emilio Alvarez de Castro, il primo a destra in primo piano con l’elmo, in servizio d’onore a papa Pio X 85 rispettivamente di 53 e 47 anni sono troppo vecchi per il fronte e i loro figli maschi, Giovanni 10 anni, Carlo 8, Filippo 9, Mario 7 e Giorgio 2, troppo giovani per dare il loro contributo di sangue alla Patria. La prima guerra mondiale coinvolge comunque la guardia nobile Emilio il quale, stimato tanto a Roma quanto a Gualdo di Narni dove cura la tenuta di Castelluccio, alla rotta di Caporetto viene contattato dai maggiorenti gualdesi per mettere al sicuro alcuni beni della comunità. In poche parole i cittadini nel timore che il Paese sia invaso dalle armate austroungariche, affidano al conte Emilio tutti i loro ori, ultimo bene rifugio in caso di sconfitta. Preso in consegna il tesoretto, Emilio lo mura in una grotta adiacente le cantine del fortilizio e, a guerra vinta, lo restituisce alla comunità. Emilio Alvarez de Castro nel palazzo di via Monserrato  conduce come gli compete una comoda vita da nobile. Oltre a badare al buon andamento della tenuta di Castelluccio e ad onorare al meglio il suo impegno di guardia nobile al servizio di Pio X Giuseppe Sarto, trova il tempo per suonare la viola d’amore nell’orchestrina da camera del console zio Filippo, disegnare mobili da far realizzare a falegnami di sua fiducia nella vicina via dei Cappellari e, a livello amatoriale, se la cava abbastanza bene, come dicevamo, anche nella pittura lasciando ai posteri numerose tele ad olio, alcuni interessanti arazzi e molti mobili ancora conservati dagli eredi. In una delle camere degli ospiti di palazzo Podocataro, ai piedi del letto, conservava gelosamente il baule da viaggio foderato in cuoio e rinforzato con borchie d’ottone, del quale si era servito il nonno Michele per il suo viaggio in Beatrice, Giovanni, Maria Adelaide e Carlo Alvarez de Castro, nel giardino segreto di palazzo Podocataro 87 Portogallo. Ancora oggi il nipote Marco lo tiene nella stessa camera dove nonno Emilio lo aveva sistemato. Considerando la spiccata propensione per l’arte e per il bello in generale, stupisce il fatto che Emilio non intervenga per fermare lo scempio della soprelevazione della loggetta. Forse la ragione più plausibile è data dal fatto di non voler contraddire, appena arrivato, le dissennate scelte del suocero il quale, sicuramente in perfetta buona fede, vuole rendere il palazzo più ‘moderno’ di quanto in effetti non sia. Un concetto discutibile che porta ad una nuova distesa di carta da parati incollata sugli strati precedentemente applicati, senza neppure venir sfiorati dal sospetto di cosa poteva esserci sotto tutti quegli strati di carta. [[continua…]

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