A cura di Tommaso Raschiatore Dottore in Archeologia (La Sapienza) e borsista dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli

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La collezione di antichità che si trova all’interno di palazzo Podocataro, oggi Alvarez de Castro, in via Monserrato 20 a Roma, è un’interessante raccolta di varie tipologie di reperti: tra di essi troviamo prevalentemente elementi di decorazioni architettoniche, frammenti di sarcofagi romani e iscrizioni, perlopiù funerarie, sia in lingua latina che greca. (…)

Per meglio inquadrare la collezione Podocataro è necessario fare appena un cenno al collezionismo e ai collezionisti romani tra il 1400 e il 1750. La Podocataro, a differenza delle tante collezioni che ornano molti palazzi delle famiglie aristocratiche romane, più che di statue è ricca di frammenti lapidei, d’iscrizioni funerarie e decorazioni architettoniche. Altra peculiarità di questa contenuta raccolta è il luogo che l’accoglie, il palazzo Podocataro, praticamente fatto costruire dal cardinale Ludovico a misura e in funzione della sua amata collezione. Già questo la differenzia dalle grandi collezioni e dai collezionisti romani del calibro dei Farnese, degli Aldobrandini, degli Albani, dei Borghese, dei Barberini, dei Pamphili e dei tanti altri che dal Rinascimento all’anno 1750, riempiono i loro palazzi di splendide statue, di ricche quadrerie e, ovviamente, di antichi reperti archeologici: collezioni a tutto tondo che sostanzialmente si differenziano per scelte strategiche e contenuti materiali da quella “specializzata” del cardinale Ludovico Podocataro.

Il collezionismo di molte nobili famiglie, infatti, il più delle volte inizia come esibizione di ricchezza, di potere, di primato sugli altri, ma poi, lentamente, si tramuta in amore per l’arte. Si deve a loro se molte splendide opere d’arte si sono salvate dalla distruzione. Ovviamente tra tante nobili intenzioni figurano non poche ignobili attenzioni, come quelle riservate a moltissime statue e cippi marmorei di Ostia Antica, tramutati in calce per costruire quegli stessi palazzi che poi ospiteranno alcune delle suddette collezioni.

Volendo stringere il campo temporale del nostro intervento dal 1400, secolo che vede la nascita di palazzo Podocataro (1499), alla prima metà del 1700 che registra con la nascita dei Musei Capitolini, il primo museo pubblico del mondo (1734), ci occuperemo in questa prima parte più dei personaggi che hanno segnato il periodo preso in esame che non delle loro imponenti collezioni, meritevoli di ben più corposi interventi. L’intento è di tratteggiare in pochi cenni il mondo del collezionismo dal 1400 al 1734, anno appunto che sancisce la nascita dei Musei Capitolini, realizzati con ferrea volontà da papa Clemente XII Lorenzo Corsini come museo pubblico, ma già moralmente presente come contenitore d’arte, nel palazzo dei Conservatori di piazza del Campidoglio.

Nella seconda metà del 1400 troviamo una raccolta di antichità fatte depositare nel palazzo dei Conservatori da un altro papa, Sisto IV. Il primo significativo trasferimento riguarda i grandi cippi sepolcrali di Agrippina Maggiore e di suo figlio Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico, già portati nel ‘300 sulla piazza del Campidoglio per servire da misure tipo del mercato che allora lì si teneva (CIL, VI 886, 887).  L’iscrizione di Agrippina del palazzo dei Conservatori fa parte del primo nucleo della futura collezione epigrafica dei non ancora esistenti Musei Capitolini. (…)

Per quanto riguarda la collezione di oggetti antichi organizzata dal Podocataro, essa è menzionata dal teologo umanista Pierio Valeriano (Belluno 1477 – Padova 1558) che la descrive negli Hieroglyphica (Basilea 1567, XXVIII): in questa raccolta lo scrittore enumera statue, oggetti in bronzo, oro ed argento, bassorilievi in marmo e monete raccolte dal cardinale cipriota. Questo documento rappresenta un elenco molto prezioso che però purtroppo non possiamo oggi verificare con certezza, data l’assenza di riferimenti puntuali e costanti agli oggetti raccolti. Alcune informazioni ancora più precise le troviamo negli Epigrammata Antiquae Urbis (Roma 1521) dello scrittore romano Jacopo Mazzocchi.

Nel palazzo di Via Monserrato sono ancora conservati numerosi frammenti antichi ed epigrafi, sistemate principalmente nel cortile interno; queste fanno sicuramente capo alla “collezione di anticaglie” che le fonti cinquecentesche indicano raccolta nel palazzo. Alcuni pezzi della collezione sono menzionati intorno alla metà del 1500 da Ulisse Aldrovandi (Bologna 1522 – Bologna 1605), principalmente naturalista, botanico ed entomologo italiano, che ne parla nella sua opera “Delle Statue Antiche che per Tutta Roma in Diversi Luoghi e Case si Veggono”. La raccolta doveva essere assai rinomata e fu persino luogo d’incontro del circolo artistico dei discepoli del Raffaello.

Copiosa parte della collezione originale, oggi sistemata all’interno del palazzo, è formata da iscrizioni antiche, sia greche che latine; tra le prime molte provengono dall’Appia, la Regina Viarum, mentre quelle latine sono prevalentemente edite nel CIL (Corpus Inscriptionum Latinorum) e consentono perciò di seguire le vicende della loro storia, almeno fino alla fine del XIX e inizi XX secolo. Tra queste iscrizioni non mancano comunque documenti inediti, che possono apportare perciò nuovi elementi alla conoscenza epigrafica.

La tipologia prevalente tra le iscrizioni è sicuramente quella funeraria: tra i pezzi sono presenti esemplari di grande interesse, come ad esempio quella di Gurtilius Hermeros magister vici ab Cyclopis (CIL VI, 2226, n. 15 dell’elenco), ovvero a capo del vico che doveva trovarsi sulle pendici meridionali del Celio, tra le regioni I e II, che prendeva il nome da un ninfeo decorato con un gruppo scultoreo di Polifemo. Interessante è la stele funeraria dell’eques C. Caelius Arventus, con tanto di rilievo figurato (CIL VI, 2572, n. 140 dell’elenco,); il defunto fu un soldato appartenente alla V coorte pretoria. Tra queste iscrizioni spicca poi quella di Aulus Egnatius Proculus (CIL VI, 1406, n. 14 dell’elenco): il personaggio in questione fu un militare e senatore romano, il quale divenne anche console suffetto tra il II e III secolo d.C. Aulus Egnatius Proculus era figlio di Aulus Egnatius Priscillanus, filosofo romano; a cavallo tra II e III secolo fu nominato Legatus Augusti pro praetore in Numidia e divenne anche Legatus legionis della Legio VIII Augusta nella provincia della Germania Superior. Proculus svolse anche i prestigiosi ruoli di Praefectus frumenti dandi (responsabili delle distribuzioni gratuite di grano a Roma) e Praefectus aerarii Saturni (i custodi del tesoro del popolo romano, collocato dai primi anni della Repubblica nel tempio di Saturno del foro). Nel suo importante cursus honorum, come si legge nella dedica posta in sua memoria dalla moglie, si aggiunge anche la carica di curator Bovianensium (Bojano), Albentium Fucensium (Alba Fucens) e Concordensium (Concordia Sagittaria).

Curiosa è la lastra di colombario che si riferisce alla sepoltura di un tale Tholus (CIL VI, 8793, n. 146 dell’elenco), probabilmente uno schiavo imperiale addetto alla mansione di cameriere personale dell’imperatore, che in questo caso potrebbe essere Ottaviano Augusto. Altro pezzo rilevante della collezione è quello della stele funeraria di Sex Aufidius Maximus (CIL. VI, 12824, n. 90 dell’elenco), dove si può notare anche il ritratto del defunto, e si può datare agli inizi del II secolo d.C.; vi è poi la stele funeraria del giovane A. Oppius Epigonus (CIL VI, 23512, n.115 dell’elenco), dove si può vedere un particolare frontoncino centinato, decorato con busto ritratto e fregio d’armi.

Degno di nota è il frammento sinistro di lastra che conserva tracce di colonnina tortile e presenta parte dell’iscrizione sepolcrale di Titus Flavius Atimetus (CIL VI, 17969, n. 216 dell’elenco): la parte destra dell’iscrizione fu considerata fin dalle prime edizioni come reperto a sé stante, ed è oggi conservata presso i Musei Vaticani. Altra iscrizione in questo caso interessante sotto il profilo del diritto sepolcrale è la lastra posta da Marcus Valerius Dius ai suoi liberti (CIL VI, 27988, n. 87 dell’elenco), poiché essa attesta un caso di donazione di un sepolcro sotto forma giuridica di vendita ad un prezzo simbolico di un sesterzio. Altra epigrafe è quella di Cornelius Eugenianus (CIL VI, 10201, n. 153 dell’elenco), il quale, come si legge nell’iscrizione sepolcrale su fronte di sarcofago, fu arbitro di prima classe nei combattimenti gladiatori. La lastra sepolcrale di Tritogenes (CIL VI, 10420, n. 179 dell’elenco) potrebbe attestare invece l’uso dell’adesione a collegi funeratici che assicuravano anche ai meno abbienti una degna sepoltura, ovviamente in cambio di quote mensili.

Anche se in percentuale molto minore rispetto a quelle sepolcrali, la collezione di palazzo Podocataro include alcune importanti iscrizioni sacre: una di loro è particolarmente significativa, ovvero la dedica al dio Silvano Dendrophoro (CIL VI, 641, n. 16 dell’elenco), forse la più antica testimonianza del collegio dei Dendrophori a Roma, risalente al 97 d.C. Questo collegio religioso, collegato oltre che al culto di Silvano anche a quelli di Attis e della Magna Mater, si riuniva a Roma probabilmente presso la Basilica Hilariana, una piccola basilica costruita sul Celio nel luogo dove oggi si trova l’ospedale militare. L’edificio antico fu realizzato nella metà del II secolo d.C., probabilmente per volere del ricco commerciante Manio Publicio Ilario; dalla fine del III secolo il complesso fu sempre meno frequentato, per poi essere definitamente abbandonato nel VI. Sempre al dio Silvano è dedicata un’altra iscrizione (CIL VI, 672, n. 91 dell’elenco), questa volta incisa su fronte di altare, con una raffigurazione in bassorilievo della divinità.

Molti sono i frammenti di sarcofagi sui quali sono rappresentate scene di vita umana oppure temi mitologici: tra questi troviamo Althea, Melagro, Endimione o anche Leda e il cigno. Quest’ultimo fu rinvenuto nel 1726 dentro il colombario dei liberti sulla via Appia. Su altri frammenti di sarcofagi si trovano in grande quantità motivi di decorazione a ghirlande, in alcuni casi associati a scene di iniziazione.

Notevole è anche la collezione di sculture presenti in palazzo Podocataro: tra di esse vi sono diversi rilievi da sarcofagi di differenti tipologie, in particolar modo di soggetto cristiano, come quelle del Buon Pastore, della cattura di San Pietro, di Giona, dell’adorazione dei Magi e di scene tratte dalla vita di Gesù.

Scopo del lavoro effettuato è stato quello di controllare, ordinare e descrivere la collezione di antichità di palazzo Podocataro, oggi Alvarez de Castro, in modo da gettare le basi per eventuali studi ed approfondimenti che il materiale offre per il futuro. Alla base di questo lavoro vi è stato il decreto della Soprintendenza Regionale per i Beni e le Attività Culturali del Lazio, datato 7 luglio 2003; in questo decreto si trova un elenco delle antichità di palazzo Podocataro-Alvarez de Castro, con una descrizione dettagliata della collezione archeologica, effettuata dalla dottoressa Daniela Candilio e dalla dottoressa Marina Bertinetti sotto la supervisione del soprintendente Adriano la Regina. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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