Venezia nel XV Secolo. In alto lo stemma dei Podocataro nella chiesa romana di Sant’Agata dei Goti

Le vicende del cardinale cipriota Ludovico Podocataro, appassionato collezionista, artefice della costruzione di un palazzo esemplare nascosto nel cuore di Roma in via di Monserrato, raccoglitore quest’ultimo di storie di illustri famiglie e di una collezione antiquaria senza tempo, sono sostanzialmente note. Nel ripercorrere la carriera del Podocataro come abbreviatore apostolico, vescovo di Capaccio, titolare di diocesi, segretario pontificio ed infine cardinale, è doveroso riconoscere che, sebbene il prelato visse all’ombra del grande papa Alessandro VI Borgia, si distinse oltremodo per la capacità di emergere tra molti e fu tenuto in grande considerazione dagli intellettuali dell’ epoca e da rinomati cardinali per le virtù morali, le doti diplomatiche ed amministrative e la vastissima cultura umanistica. Come altri Podocataro nei secoli a venire, Ludovico fu una figura dalle molteplici sfaccettature, passioni e competenze, pur essendo un uomo di chiesa che non fruiva di particolari rendite. Oltre che per la politica lo si ricorda soprattutto per la raffinata passione votata al collezionismo; nel cardinale è stato riconosciuto un delicato gusto per l’antico tanto ricercato da voler adattare la propria dimora, Palazzo Podocatari a Roma, a luogo conservativo destinato al culto e alla celebrazione della bellezza. Il trasferimento da Cipro in Italia, perlopiù attraverso Venezia, di ciprioti desiderosi di stabilirvisi in maniera definitiva fu un fatto ricorrente e di ordinaria amministrazione ed i Podocataro, in particolare, seppero coniugare l’abilità di addentrarsi in circoli politici di rilievo, dove ricercavano la protezione di uomini facoltosi, con l’amore per la cultura che il cardinale Ludovico trasmesse chiaramente al nipote Livio, responsabile del parziale rifacimento e dell’abbellimento del palazzo storico di residenza.

Il cardinale Pietro Bembo

Livio Podocataro, canonico di Padova per volere di Ludovico e arcivescovo di Nicosia tra il 1524 e il 1552, viene a sua volta presentato come un patrono delle arti, ben inserito nell’ambiente artistico romano negli anni che precedettero il Sacco, amico del celebre artista Perin del Vaga, insieme al quale progetta l’allestimento antiquario del palazzo di famiglia unitamente alla raffigurazione di paesaggi e scene mitologiche. Degno erede dello zio cardinale, fu l’artefice della trasformazione in stile rinascimentale del giardino di Palazzo Podocatari. Ludovico e il nipote Livio risultano essere, ad oggi, i protagonisti indiscussi della nobile famiglia dei Podocataro originari di Cipro, i soli ripetutamente citati nei documenti, essendo la loro storia strettamente connessa a personaggi di grande importanza nel periodo rinascimentale, primo tra tutti papa Borgia ma anche Pietro Bembo, Filippo Neri o il segretario del cardinale Commendone, il prelato Antonio Maria Graziani. Pochissimo è stato invece tramandato su altri esponenti di minor spicco dei Podocataro, alcuni dei quali svolsero un ruolo cruciale in ambito diplomatico e nella fitta rete di relazioni intercorse tra la curia romana e artisti celebri del tempo. Ludovico non fu l’unico cipriota a vivere all’ombra di personaggi di potere, non fu l’unico scaltro ecclesiastico a mettere la propria arguzia al servizio di questioni politiche in situazioni di particolare ristrettezza economica ma fu senza dubbio il primo a lasciare una grande impronta a livello sia umanistico che amministrativo. Sono in corso ricerche il cui tentativo è approfondire la storia di una famiglia in trasferta continua tra Cipro, Roma, Padova e Venezia ed il cui cognome, dalla lingua greca, è andato incontro a diversificate traduzioni, per questo nelle fonti capita di imbattersi spesso in denominazioni simili ma differenti come ‘Podocataro’, ‘Podocatari’, ‘Podacataro’ ed infine ‘Podacattaro’. In generale si sa che molti Podocataro si stabilirono a Venezia all’incirca dopo la metà del XV secolo, quando Cipro pervenne nelle mani dei veneziani. In varie Genealogie sono stati riscontrati maritaggi con importanti famiglie patrizie: una Giulia, figlia di Cesare Podocataro, fu data in moglie a Paolo Querini nel 1512; nel 1521 una figlia di un Girolamo Podocataro sposò Federico Molin; nel 1556 una Emilia, figlia bastarda dell’arcivescovo Cesare Podocataro, ebbe come marito Antonio Michiel; una Mattea Podocataro, figlia di Ercole, fu data in sposa a Giovanni Minio. L’inaspettata invasione turca nella città di Nicosia, nel settembre 1570, contribuì sicuramente a spingere alcuni Podocataro a ricercare ‘un rifugio sicuro’ presso figure politiche ed ecclesiastiche influenti, per le quali si trovarono a lavorare o a svolgere ‘favori’. Un Pietro Podocataro (fu questo a vendere Palazzo Podocatari nel 1565) in data 3 marzo 1571, scriveva al cardinale Commendone facendo un ragguaglio delle ingenti disgrazie sofferte dalla sua famiglia. Si legge ad esempio che Livio Podocataro “era venuto a Venezia per procacciare il riscatto di sé” mentre il fratello Giovanni insieme al figliuolo “stava in manifestissimo pericolo di esser astretto a rinegare per vivere”. Pietro chiede quindi di favorire Livio che cerca il denaro necessario per riscattare la propria famiglia a Cipro stremata dall’occupazione ottomana e sempre Livio compare in una lettera inviata dal cardinale Carlo Borromeo al cardinale Gianfrancesco Gambara, il 12 marzo 1572, nella quale ribadisce la questione del riscatto.

Paolo Manunzio

Si viene a sapere dunque che in questa data, mentre era ancora in corso l’assedio di Famagosta, Pietro faceva parte dello stesso ambiente frequentato dal vescovo di Amelia Antonio Maria Graziani, e al cardinale Commendone il Podocataro si rivolge con l’espressione “Reverendissimo Signor mio e Padrone Colendissimo”. Le fonti citano un Giano di Pietro Podocataro, archiatra pontificio nel 1480, e soprattutto Cesare, fratello dell’arcivescovo, il quale divenne cavaliere di Malta e ottenne la chiesa di Nicosia il 24 agosto dell’anno 1552. Dal Sajanello si sa che Cesare Podocataro non succedette subito all’arcivescovado se non dopo la morte effettiva di Livio e in una lettera diretta all’arcivescovo Cesare, in data 25 gennaio 1555, Paolo Manuzio si premura di consolarlo per la perdita dell’amato fratello. Ad un altro Cesare Podocataro, vissuto in epoca antecedente, anche lui cavaliere di Cipro, fu dedicata un’epigrafe onoraria nella chiesa di S. Paolo Apostolo; quest’ultimo non è indicato come arcivescovo e viene riportata come data di morte il 5 marzo 1537. Per uno Jacopo Podocataro, come riferisce il Salomonio, fu realizzato un epitaffio nella cattedrale di Padova, il quale recita: “Hic iacent ossa Jacobi Podocatari nobilis Cyprii”. Un Ettore Podocataro cavaliere viene celebrato da Lodovico Domenichi, non soltanto per la nobiltà del casato ma anche per la sua gloria e la buona reputazione. Afferma il Domenichi: “Scrisse opere et historie elegantissime, vivendo cavallerescamente, donando a tutti i meritevoli et eccellenti in qualche professione, e in somma facendosi amare et honorare da tutti i buoni et da tutti gli huomini di valore et di pregio”. A lui il Porcacchi dedicò Il primo volume delle cagioni delle guerre antiche e da una lettera scritta dallo stesso autore sappiamo che il Podocataro accettò il libro con gratitudine. Orazio Toscanella gli indirizzò poi tre opere da lui tradotte (Rodolfo Agricola dell’Invenzione dialettica, Dialettica di Georgio Trapezontio e il Dialogo della partitione oratoria di Cicerone) e la cui traduzione fu sollecitata dallo stesso Podocataro. È stata poi rinvenuta una lettera di Ettore indirizzata a Pietro Podocataro nella quale si rallegra con il giovane fratello studente circa la fortuna di avere come maestro il celebre Paolo Manuzio: nello scritto lo esorta a seguire le sue lezioni, a guardarsi dai vizi e a rincorrere le virtù. Si sa altresì che Ettore scrisse una storia del Regno di Cipro; il Konigio non riporta il nome dell’autore ma solo il cognome, affermando che “Podocattarus Cyprius a.1556 historiam de rebus Cypriis edi curavit”; si deduce che fu sicuramente lui a scriverla dal Porcacchi che fa il suo nome nei Funerali antichi. L’autore, dove parla della pietra Amianto, così scrive: “Quel virtuoso signore, Hettore Podachataro, cavaliere Cipriotto avendo descritto un suo libro che chiamava Ritratto del Regno di Cipro et essendosi curiosamente dilettato di vedere per quell’Isola tutte le cose notabili et degne d’esser osservate haveva trovato anche questa pietra Amianto et fattone far tela; et con molte esperientie confermato che nel fuoco non ardeva, ma si purgava et si faceva bianca”.

Le fonti citano anche un Ambrogio Podacataro Cipriotto già discepolo di Stefano Piazzone da Asola, il quale, all’inizio del XVI secolo, aveva una cattedra di materie umanistiche e nel 1521 divenne rettore dei Giuristi a Padova, per poi trasferirsi a Roma. È noto poi un Prospero Podocataro di Cipro che nel 1546 fu professore nella Scuola d’Università di diritto civile a Padova. A Prospero Podocataro Ludovico Dolce dedicò da Venezia, il 10 marzo 1560, le sue Comedie nella cui dedica loda la “dottrina sua et il bello giudicio che tiene in tutte le lingue più nobili scrivendo lodevolissimamente e nella latina e nella volgare”. Ad un Giovanni Podacataro viene dedicata un’orazione dal sig. Zuanne Podacataro recitata per lui in presenza del serenissimo principe Alvise Mocenigo dopo la perdita del regno di Cipro, il 17 maggio dell’anno 1573: si tratta di una compassionevole descrizione di tutte le calamità sofferte dai Cipriotti in quel tempo ed una raccomandazione di essere riguardati dal principe con dolcezza e carità. Così inizia l’orazione: “Altre volte sereniss. Principe, ill. sig. quando occorreva ai nobili nostri venir avanti questo sublime Tribunale…”. Il Podocataro parla a nome di tutti come ambasciatore e chiede aiuto per recuperare i suoi confratelli dalle mani degli infedeli; fa poi un’apostrofe ad un suo fratello “che morì crudelmente e improvvisamente e che molte altre volte ha potuto in questo medesimo luogo perorare a benefizio della nostra patria…. acciò noi racconsolati alquanto possiamo passar questo poco di vivere che avanza sotto la santa e benigna protettione di questa gloriosa repubblica la qual piaccia alla Maestà di Dio conservar et crescer con ogni felice evento”.

Ci fu poi un Filippo Podacataro che nel 1469 fu spedito dal re Giacomo di Cipro a Venezia in qualità di ambasciatore per concludere le nozze tra lui e Caterina Cornaro, allo scopo di ottenere il favore della repubblica e di garantire un’unione perpetua. Di un Hercole Podacataro parlano due lettere latine indirizzate da Manuzio a Marcantonio Mureto (una lettera reca la data 1558, mentre nell’altra afferma il Manuzio: “Haec ante lucem cubans in lectulo amanuensi meo et jam meorum studiorum socio, dictavi, nobili adolescenti Cyprio Herculi Podocatharo qui cras patavium cogitat, teq. meo nomine salutabit”. Ad Hercole, inoltre, si riferisce una bellissima dedica di Domenico Guerra, tipografo friulano vissuto nel 109 XVI secolo e attivo a Venezia, il quale si rivolge “Al molto magnifico, et illustre signore Hercole Podocataro, nobiluomo del XVI secolo residente a Cipro, discendente di Ludovico Podocataro da Nicosia dell’isola di Cipro, il quale fu vescovo di Benevento e nipote di Livio arcivescovo di Nicosia, morto nel 1556” e che nell’incipit recita: “Fu sempre in ogni età la poesia grandemente stimata. Et, come che tutte le lingue hauessero di già ottenuto poeti illustri in uaria maniera di poema; restaua solo à la uolgare che quella sorte di rime, le quali da alcuni stanze, e da alcuni, perché finiscono in otto uersi, ottaue rime ancora vengono dette, fosse trattata di modo, che à gli altri rimanesse superiore”. Si ritiene che questo Hercole sia diverso dall’altro suo omonimo che si fregiava invece del titolo di cavaliere.

Ed infine all’ Abbate Podocataro (senza nome) scriveva Paolo Manuzio a Venezia in data 5 febbraio 1555 lodandone la fermezza dell’animo suo e la prudenza in occasione della “morte del reverendissimo arcivescovo di Cipro vostro Honorato zio”, lo confortava a sopportare le avversità e voleva da lui sapere “come passino gli studi vostri de’ quali spero di vedere un giorno meraviglioso frutto; così mi promette la vostra da me conosciuta diligenza e l’ingegno”. Tale ‘Abate Podocataro’ era in questi tempi di giovane età e si è dedotto potesse trattarsi di Pietro Podocataro, perché abbate della Vera Croce di Cipro, figlio di Ercole il cavaliere e nipote dell’arcivescovo Livio. L’abate viene citato trentacinque anni dopo in un postscriptum ad un dispaccio dell’ambasciatore veneziano Leonardo Donato, inviato da Roma il 26 settembre 1592, in cui si legge che “l’abbate Podocataro si aggrava che le intrade della sua abbadia in Zara, di ordine delli signori giudici di Essaminador siano state sequestrate ad istantia del proprio affittuale (Giacomo Strambali), il quale non poteva de’ beni di chiesa tenuti ad affitto citarlo altrove né far sequestra suoi beni che dal giudice ecclesiastico”. Il 21 novembre 1592, l’abate presenta un’istanza al nunzio veneto Paolo Paruta affinché presenti un memoriale in Senato allo scopo di rimuovere il sequestro delle rendite dell’abbazia di S. Crisogono in Zara; dalle parole si deduce che l’abate intende rivolgersi a Venezia per trovare una soluzione al suo problema economico: “rimanendo frattanto… sospese tutte quelle sue entrate con le quali ha da mantenersi”. Su questa figura ecclesiastica, dal profilo e i connotati sconosciuti e misteriosi si sono focalizzati i miei studi. Documenti recentemente rinvenuti presso l’Archivio di Stato a Venezia hanno aiutato a ricostruire con maggiore chiarezza la figura dell’abate mai accompagnata nelle fonti dal nome effettivo ed il cui appellativo ho scoperto riferirsi, da un certo momento in poi, non più a Pietro ma ad un altro personaggio oscuro quanto affascinante, fondamentale nei rapporti artistico-diplomatici che intercorsero tra Roma e Venezia nel 1600; un abate non precisamente identificato ma la cui azione facilitò la commissione di opere di grande valore in quell’epoca per conto di famosissimi cardinali.

Lo studio della genealogia familiare, la scoperta del nome, il rinvenimento del testamento di morte e di un antico documento comprovante la cittadinanza romana acquisita nel Seicento, hanno illuminato le mie ricerche consentendomi di collocare l’abate in un contesto storico-sociale delineato facilitando l’apertura di nuovi scenari utili all’approfondimento del suo profilo biografico. […] © RIPRODUZIONE RISERVATA

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