Il cardinale Ludovico Podocataro, fondatore del palazzo di via di Monserrato, in un raro dipinto dell’Anno Domini 1501. In alto il cardinale accanto allo stemma araldico della famiglia Podocataro

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Nel bel mezzo della corsia Sistina, nell’ala storica dell’ospedale di Santo Spirito in Sassia, è sistemata la celebre sala Baglivi che accoglie parte dei cinquanta affreschi dedicati alla storia dell’ospedale e, soprattutto, magnificano l’opera di Sisto IV, detto il gran fabbricatore. In uno di questi affreschi appare genuflessa davanti a Sisto IV benedicente, la spodestata regina Carlotta Lusignano di Cipro presentata l’8 giugno 1475 a Sua Santità da Ludovico Podocataro prima ancora della nomina cardinalizia, il quale, in primissimo piano, domina l’affresco attribuito alla scuola di Melozzo da Forlì. Ludovico Podocataro, medico e segretario particolare del cancelliere cardinal Rodrigo Borgia futuro papa Alessandro VI, era legato alla regina Carlotta da antica parentela; il padre di Ludovico, infatti, discendeva da un’illustre famiglia  greca strettamente imparentata con i Lusignano.

Questo vincolo di sangue unito al peso politico del quale già godeva Ludovico, convinse la regina Carlotta che era lui l’uomo adatto per portare dalla sua parte papa Sisto IV nella dura lotta per riconquistare il trono che le era stato usurpato dal fratellastro Giacomo, detto ‘il Bastardo’. Sotto l’affresco campeggia una scritta del Platina, umanista gastronomo di Pio II nonché Primo prefetto della Biblioteca vaticana, che recita: ‘Karlota Cipri Regina Regno Fortunisq Spoliata Ad Sistum IIII Supplex Confuiens Ab Eodem Summa Benignitate Et Munificentia Suscipitor’.  Nel dipinto figurano, da destra verso sinistra di fronte al Papa, la regina Carlotta, Cristoforo della Rovere Castellano di Castel Sant’Angelo, in primo piano Ludovico Podocataro, con il cappello nero Domenico della Rovere Cameriere segreto del papa, l’uomo alle spalle del Podocataro è Hugo de Langlois, ciambellano di corte della spodestata regina e, infine, una figura di donna non identificata; accanto al pontefice, subito dietro il trono, il cardinale Raffaele Riario della Rovere, amico del Podocataro e come lui grande collezionista di antichità, una cortigiana e due bambini. La regina Carlotta di Cipro, il 16 luglio 1487, a soli 43 anni, muore e per volere di papa Innocenzo VIII viene sepolta nelle Grotte vaticane dove tutt’ora riposa accanto ai tumuli di Matilde di Canossa e Cristina di Svezia. Il Ludovico Podocataro che appare sul dipinto della scuola di Melozzo, nel 1475 già riveste un ruolo importante nella Curia romana dove è approdato dopo gli studi umanistici a Ferrara sotto l’insegnamento di Guarino Guarini e di medicina con il medico Mattiolo Mattioli a Padova dove, nel 1460, in virtù delle sue indiscusse capacità fu nominato rettore della facoltà di medicina e arti.

Papa Sisto IV della Rovere in un affresco di Melozzo da Forlì

Giunto a Roma in un anno imprecisato esercitò la professione medica e intraprese la carriera ecclesiastica. In questa doppia veste fu assunto dal cardinale Rodrigo Borgia (nipote di papa Callisto III), a quel tempo cancelliere della Santa Sede, ruolo che svolge nel suo palazzo in via del Pellegrino chiamato poi Cancelleria Vecchia che è l’attuale palazzo Cesarini Sforza dell’omonima piazza, distante cinquanta metri in linea d’aria da via di Monserrato. Nel 1479 Sisto IV lo promuove abbreviatore apostolico e quattro anni dopo, il 14 novembre 1483, lo nomina vescovo di Capaccio. Alla morte di Sisto IV il successore Innocenzo VIII lo conferma archiatra pontificio consentendogli in via eccezionale di continuare a prestare le sue cure mediche anche al cardinale Rodrigo Borgia.

Papa Alessandro VI al secolo Rodrigo Borgia 15

Questa doppia frequentazione giova molto alla carriera ecclesiastica del Podocataro che tocca il suo apice con l’elezione al soglio pontificio del cardinale Rodrigo Borgia, suo illustre paziente e profondo estimatore. Papa Borgia eletto con i voti determinanti dei cardinali Sforza, Colonna, Orsini e Savelli si sdebita ‘munificamente’ con loro donando allo Sforza il palazzo di famiglia e la nomina di Vicecancelliere, ai Colonna la città di Subiaco e i vicini castelli, al cardinal Orsini i possedimenti di Soriano nel Cimino e Ponticelli, al cardinal Savelli la ‘sola’ Civitacastellana. Donativi chiaramente pattuiti che bollano di simonia  l’elezione del nuovo papa. Ludovico Podocataro, confermato archiatra, con papa Borgia brucia le tappe intraprendendo un’intensa attività diplomatica che lo proietta nel panorama internazionale di quei tempi. Tra i suoi successi spicca la stipula del trattato di Tordesillas nel 1494; ma si occupa anche del divorzio di Luigi XII e, soprattutto, fa parte della commissione formata per la riforma della Chiesa. L’accresciuta visibilità unita al profumo di una porpora ormai vicina, convincono l’accorto Podocataro a dotarsi di un’abitazione più consona al ruolo di quanto non siano le due casette che occupa con il colto segretario Tommaso ‘Fedra’ Inghirami “…verso Sant’Aurea, tra San Giovanni in Ayno e via Giulia”, così le colloca lo studioso Lorenzo Finocchi Ghersi al quale va il merito di aver scovato nell’Archivio Segreto Vaticano, il rogito d’acquisto della terza parte di costruzioni al posto delle quali sorgerà palazzo Podocataro. L’atto notarile, datato 1499, anticipa di un anno la nomina a Cardinale di Ludovico il quale, fedele alla semplicità e alla parsimonia che hanno sempre indirizzato le sue scelte, dispone che la costruzione del palazzo debba avvenire cercando di utilizzare il più possibile le medievali strutture esistenti. Una scelta dettata probabilmente da ragioni economiche (il Podocataro per l’acquisto dei siti ha dovuto sborsare uno sull’altro ben 550 scudi d’oro ai quali vanno aggiunti quelli ‘investiti’ per la nomina cardinalizia), ma soprattutto dal marcato gusto del committente per la conservazione dell’antico e del bello che in parte caratterizzano quelle case. Non bisogna dimenticare che il cardinale è collezionista di statue ed epigrafi romane già sue in gran numero.

Le due scale di palazzo Podocataro,
a sinistra la rinascimentale, a destra la medievale

Quindi più che di costruzione del palazzo si può parlare di una robusta ristrutturazione, di un illuminato accorpamento che oggi chiameremmo ‘conservativo’. In definitiva il cardinale in pectore Ludovico, coglie l’occasione per realizzare una casa più per i suoi antichi cimeli e per la sua nutrita biblioteca che non per se stesso, quindi dispone una ristrutturazione mirata che trova nella corte interna e nel giardino segreto il centro ideale dell’intera costruzione tramutando il palazzo in un piccolo colto museo. Questa scelta, se da una parte sacrifica gli ambienti interni, dall’altra lascia ai posteri e alla città uno dei pochi esem     pi di architettura dove Medioevo e Rinascimento si sposano con sorprendente equilibrio. A differenza dei tanti palazzi cardinalizi dotati di smisurati saloni di rappresentanza, il palazzo voluto da Ludovico non si adegua agli sfarzi abituali nella Curia. I sobri ambienti e i misurati saloni del palazzo ideato dal cardinale non favoriscono festini e cerimonie ma sembrano fatte apposta per accogliere il sapere. L’anno Giubilare 1500 porta la porpora al vescovo di Capaccio e il nuovo cardinale festeggia l’investitura nel palazzo della Regione Arenula con i suoi più fidati amici, il segretario Inghirami, i nipoti Livio e Cesare, i cerimonieri Johannes Burkard detto il Burcardo e Paride Grassi. A questi probabilmente avranno fatto corona molti personaggi illustri dell’entourage di papa Borgia, forse i vicini Farnese, famiglia della Giulia che aveva sostituito nel cuore del pontefice Vannozza Cattanei; sicuramente il cardinale Raffaele Riario, amico del Podocataro e come lui accanito collezionista di statue antiche; non si può escludere la presenza del- Alcuni marmi della celebre collezione di Ludovico Podocataro lo stesso Michelangelo Buonarroti che negli anni a seguire visiterà più volte la casa dei Podocataro.

La scala a chiocciola di epoca medioevale collocata all interno del palazzo

Michelangelo, poi, sarà coinvolto a sua insaputa in una truffa architettata contro lo stesso cardinal Riario al quale alcuni malintenzionati, dopo aver sepolto e malamente ‘anticizzato’ il suo Cupido dormiente, lo vendettero al cardinale spacciandolo come statua antica. In ogni caso la collezione del cardinal Riario si arricchì con uno dei tanti pregevoli pezzi del Michelangelo che l’anno prima, nel 1499, aveva appena terminato la sua celebre Pietà. Gli ospiti del cardinale, oltre alla casa, al giardino segreto ancora in fieri, alle statue e ai marmi antichi avranno avuto modo di apprezzare anche la dotta biblioteca del cardinale ricca di manoscritti e incunaboli tra i quali spiccano per qualità un codice delle Odi di Orazio appartenuto a Francesco Petrarca e una delle primissime edizioni a stampa della Divina Commedia con il commento di Cristoforo Landino.

In alto in primo piano con la tonaca cardinalizia Ludovico Podocataro con la regina di Cipro ricevuta da Papa Sisto IV Francesco Della Rovere, in un affresco della Corsia Sistina di Santo Spirito in Saxia

Tre anni dopo Ludovico Podocataro perde il suo più alto nume tutelare. Alessandro VI muore il 18 agosto 1503, ufficialmente per un attacco di malaria, ufficiosamente, come sostiene il Guicciardini, per un tragico errore avendo bevuto un calice di vino avvelenato destinato al cardinal Adriano Castellesi di Cornedo. Nel conclave che vedrà l’elezione di papa Pio III Francesco Todeschini Piccolomini, il cardinale Podocataro grazie al sostegno della fazione spagnola raccoglie ben 14 voti. Il cardinale Ludovico Podocataro muore il 25 agosto 1504, un anno e sette giorni dopo papa Borgia, e per sua espressa volontà è sepolto in Santa Maria del Popolo dove, poco distante, nel 1518 verrà inumata la salma di Vannozza Cattanei che a papa Borgia aveva dato quattro figli: Cesare, Giovanni, Lucrezia e Goffredo Borgia. Alla morte del cardinale la mancanza di adeguati saloni in grado reggere l’ingessato apparato delle funzioni funebri previste per le esequie cardinalizie, è apertamente criticata dal maestro cerimoniere Paride Grassi il quale, brutalmente, definisce la stanza scelta per accogliere il catafalco “Aula ejus domus breviscula fuit”, tanto che non tutti i convenuti alla cerimonia poterono prendervi posto, “Praelati non poterant esse in parva aula, sed iverunt ad aliam Cameram anteriorem”. La concomitante calura estiva non facilita il compito del maestro di cerimonie il quale, forse per sgravarsi da colpe non sue, calca la mano sostenendo che delle venti torce previste attorno al catafalco, a causa del troppo caldo fu possibile accenderne soltanto quattro, “ex XX tortiae, qua erant ad latera lecticae solum quattuor accensae fuerunt propter calores, et propter angustiam loci”. Enrico Parlato in un suo pregevole studio sul Podocataro in merito al mortorio scrive: “(…) ambedue i cerimonieri concordano nel ricordare che, una volta terminate le vigilie, cui avevano preso parte nove cardinali, costoro accompagnarono il defunto a S. Maria del Popolo, dove fu inumato.

Stando alla testimonianza del Grassi, il corteo funebre, che si deve essere mosso all’imbrunire, era aperto dai componenti l’Arciconfraternita del SS. Salvatore al Sancta Sanctorum, seguiti da cento fiaccole che precedevano il cadavere, creando così un alone luminoso, seguito dai prelati e dai cardinali che procedevano a cavallo chiudendo la processione che si sciolse davanti alla chiesa”. La movimentata cerimonia funebre non finisce qui. Dopo la colta orazione tenuta da Tommaso ‘Fedra’ Inghirami, segretario del defunto cardinale, al momento di sistemare la ‘lectica’, una sorta di letto a simulare la presenza del defunto, si scatenò una rissa tra i palafrenieri del cardinale e gli agostiniani di Santa Maria del Popolo. “Finito officio fuit altercatio, etiam verberalis, inter Frates et Parafrenieros Cardinalis defuncti, quia utrique dicebant ad se spectare lecticam, palearicium, capitale, et scabella quattuor, et qui plus potuit plud valuit”. Le critiche che hanno accompagnato il mortorio del cardinal Ludovico, non sembrano placarsi neppure davanti al monumentale apparato della sua tomba sistemata nel transetto verso la sacrestia di Santa Maria del Popolo, probabilmente commissionata dallo stesso cardinale ad Andrea Bregno, definita dal Ghersi un’opera incompiuta e mal posizionata tanto da fargli scrivere: “La decisione di porre il proprio sepolcro nei pressi immediati della tomba di famiglia di un pontefice per il quale si era tanto prodigato (n.d.r. parla della tomba di Vannozza Cattanei e dei figli Pietro, Ludovico e Giovanni Borgia), e che non gli aveva fatto mai mancare tutta la sua stima, dovette spettare direttamente al cardinale Podocataro, e con ogni probabilità dovette risalire anch’essa al 1500 circa, in coincidenza con l’elevazione alla porpora, poiché già nel 1497 si ha notizia di una donazione a S. Maria del Popolo, segno ulteriore di come la chiesa fosse particolarmente cara a tutta la cerchia borgiana”.

La corte interna con la celebre colonna romana

Livio e Cesare, probabilmente anche loro insoddisfatti dal risultato finale dell’ingombrante monumento dello zio, anticipando i tempi, decidono di commissionare a ben altro artista la loro ultima dimora, decidendo innanzi tutto di non eleggerla a Roma bensì a Venezia, nella chiesa di San Sebastiano dei Gerolamini, e l’artista chiamato ad eseguire l’opera è Jacopo Tatti, detto il Sansovino. Livio, già nominato vescovo di Nicosia, assieme al fratello Cesare, che nel 1552 lo sostituirà nella stessa carica, hanno già deciso di lasciare Roma per Venezia, la città che per prima li aveva accolti in fuga dalla natia Cipro. Un attaccamento confermato dalla decisione di donare tutte le carte di famiglia alla Biblioteca Marciana di Venezia, ad eccezione di alcuni libri ed incunaboli donati alla Biblioteca Vaticana.  Livio Podocataro, amante delle arti e amico dei più accreditati artisti dell’epoca, memore delle critiche sollevate in occasione del mortorio dello zio dal maestro cerimoniere Paride Grassi, decide una prima robusta ridistribuzione degli spazi interni e la realizzazione del giardino segreto in maniera da valorizzare gli spazi esterni già debitamente ornati dai pregiati pezzi della collezione testé ereditata.

Il ritratto di Perin del Vaga nel palazzo fiorentino del Vasari

Chiave di volta della magistrale operazione di maquillage si rivela l’intervento di Perin del Vaga, “che era suo amicissimo” come testimonia il Vasari, con il quale concorda tutta una serie di affreschi con molte storie di “Baccanti di satiri e di fauni e di cose selvagge”, in omaggio ad una statua antica di Bacco seduto vicino a una tigre, accompagnate da poesie ad illustrare gli affreschi, in breve una graphic novel, un bel romanzo a fumetti del 1500 sulla mitologica vita del più godereccio degli dei. Il ritratto di Perin del Vaga nel palazzo fiorentino del Vasari 25 Per la loggetta medievale e il chiostro invece progetta ed esegue tutta una serie di grottesche, piccole figure e molti quadri di paesi “coloriti con grazia e diligenza grandissima”, come chiosa il Vasari che quelle opere vede di persona nel corso di una visita al palazzo conclusa lodando apertamente i committenti Livio e Cesare Podocataro: “La quale opera è stata tenuta e sarà sempre dagli artefici, cosa molto lodevole”. Il palazzo rilanciato dall’intervento di Perin del Vaga e dalla ridistribuzione degli spazi interni decisa da Livio, diventa in poco tempo cenacolo di artisti e studiosi sia italiani che stranieri. La collezione Podocataro che ha il suo pezzo forte nel gruppo in rilievo delle Tre Grazie, è un’occasione da non perdere, così come le pitture di Perin del Vaga nel giardino segreto, tanto belle da attirare l’attenzione di Michelangelo, Raffaello e di Jacob Fugger ‘il ricco’, della storica famiglia di banchieri tedeschi, i quali hanno aperto una loro sede ai   Banchi Vecchi e un palazzo tra la stessa strada e la chiesa dei Fiorentini. Jacob ‘il ricco’ resta affascinato dai dipinti del giardino segreto di palazzo Podocataro e commissiona a Perin del Vaga tutte le pitture, interne ed esterne, del suo nuovo palazzo.

Il giardino segreto voluto da Ludovico Podocatoro attribuito a Perin del Vaga

La preziosa collezione Podocataro è ampiamente illustrata da Pierio Valeriano negli Hieroglyphica nel 1567 e prima ancora lo era stata da Iacopo Mazzocchi nel suo Epigrammata antiquae Urbis nel 1521. Nei cinquant’anni dopo la morte del cardinale Ludovico, Cesare e Livio con il loro nipote Pietro, accolgono a palazzo importanti visitatori, primo su tutti Filippo Neri, ‘Pippo bbono’ come lo chiamano i romani, che verrà fatto beato da Paolo V e santo nel 1622 da papa Gregorio XV. Filippo Neri, come vedremo più avanti, continuerà a frequentare la casa fino alla sua morte incontrando lì Ignazio di Loyola. Un altro personaggio molto in auge in quegli anni, il fiorentino Giovanni Animuccia considerato al pari di Pierluigi da Palestrina uno dei massimi esponenti della scuola polifonica romana, frequenta la casa dei Podocataro assieme all’influente Antonio Maria Graziani, prima segretario del cardinale Commendone, poi colto ed illuminato diplomatico. Ambedue sono molto legati al giovane Pietro Podocata- Il monumento funebre del cardinale Ludovico Podocataro a Santa Maria del Popolo 27 ro. Per affinità elettive, Livio ospita spesso lo scrittore umanista e teologo Pierio Valeriano e, in veste di suo segretario, è naturalmente di casa l’umanista viterbese Fortunio Spira. Oltre ai visitatori occasionali e ai tanti amici legati al mondo della cultura, i fratelli Podocataro, mettono a rendita il palazzo affittando alcuni appartamenti ad alti prelati della Curia romana. A due di loro, i fratelli Niccolò e Luigi Ardinghelli, il primo cardinale, il secondo vescovo di Fossombrone, i Podocataro sono legati a tal punto da portare Pietro nel 1565, in occasione della firma del contratto di vendita del palazzo, a pretendere l’inserimento di una clausola che salvaguardi a vita il diritto di affitto al sopravvissuto Luigi Ardinghelli.

Lo stemma araldico della famiglia della Porta

Per gli acquirenti, i tre fratelli Costanzo, Ardicino e Francesco della Porta, la clausola non è un problema: gli affittuari presenti al momento del rogito, l’Ardinghelli compreso, possono continuare a vivere nel palazzo perché loro non lo hanno acquistato per andarci a vivere ma per metterlo a reddito come puro investimento fondiario. Per fortuna dei posteri e dello stesso palazzo, diversi e più stringenti sono invece i vincoli imposti ai compratori sul patrimonio artistico rappresentato dalla preziosa collezione Podocataro: statue e marmi romani sono blindati.   “Essendo in questo tempo, l’arcivescovo di Cipri in Roma, uomo molto amatore delle virtù, ma particolarmente della pittura, et avendo egli una casa vicina alla Chiavica, nella quale aveva acconcio un giardinetto con alcune statue et altre anticaglie certo onoratissime e belle, e desiderando accompagnarle con qualche ornamento onorato, fece chiamare Perino, che era suo amicissimo; et insieme consultarono che e’ dovesse fare intorno alle mura di quel giardino molte storie di baccanti, di satiri e di fauni e di cose selvagge, alludendo ad una statua d’un Bacco, che egli ci aveva, antico, che sedeva vicino a una tigre. E così adornò quel luogo di diverse poesie; vi fece tra l’altre cose una loggetta di figure piccole, e varie grottesche e molti quadri di paesi, coloriti con grazia e diligenza grandissima. La quale opera è stata tenuta, e sarà sempre dagli artefici, cosa molto lodevole; onde fu cagione di farlo conoscere a’ Fucheri mercanti tedeschi (n.d.r. si tratta di Jacob Fugger il ricco), i quali, avendo visto l’opera di Perino e piaciutali, perché avevano murato vicino a Banchi una casa, che è quando si va alla chiesa de’ Fiorentini, vi fecero fare da lui un cortile et una loggia e molte figure, degne di quelle lodi che son l’altre cose di sua mano; nelle quali si vede una bellissima maniera et una grazia molto leggiadra” Giorgio Vasari da “Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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