Carlo Alvarez de Castro 
a colloquio con papa Giovanni XXIII. Sopra Seduta sulla balaustra,  Maria Adelaide 
Alvarez de Castro, in basso la sorella Beatrice, accanto in piedi una loro amica a Villa Borghese negli anni ’30

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[…] La bella Maria darà ad Emilio quattro figli: Maria Adelaide, Beatrice, Giovanni e Carlo. L’altro ramo della famiglia,  quello di via della Scrofa rappresentato da Giuseppe, fratello di Emilio, non è da meno. Giuseppe e Savina Gaudenzi in Alvarez de Castro, di figli ne mettono al mondo cinque: Filippo, Mario, le gemelle Ines e Mercedes e infine Giorgio. Mentre Mussolini si applica nel cambiare i connotati a Roma, i giovani Alvarez de Castro si danno alla bella vita. Filippo non è il solo tomber de femmes del casato. Nel ramo di palazzo Podocataro ricoprono lo stesso ruolo l’irrequieto primogenito Giovanni e il suo più pacato fratello Carlo, cugini di primo grado del Filippo di via della Scrofa. Giovanni, tanto per cominciare, rifiuta di entrare a far parte della guardia nobile. “Quella cazzarola in testa” dice al padre Emilio in alta uniforme, indicando l’elmo che in quel momento calza, “non me la metterò mai”. E la ‘cazzarola’ passa di diritto sulla testa del maschio secondogenito Carlo. Giovanni è quel che si dice una testa calda. In famiglia si racconta a mezza voce che un giorno abbia sfidato a duello alla sciabola un pericoloso contendente per una non meglio specificata offesa. La madre Maria Corsetti, temendo il peggio, di nascosto del marito, interviene elargendo allo sfidato una somma di denaro tanto generosa da fargli scegliere la poco Carlo Alvarez de Castro a colloquio con papa Giovanni XXIII 89 onorevole via della fuga. Scampato al duello, Giovanni, appassionato di motori, partecipa a più edizioni della celebre Mille Miglia subendo anche un grave incidente.

La medesima sorte, in un’altra edizione della stessa corsa, tocca al cugino Filippo il quale correndo in coppia con l’amico Umberto Dalla Vecchia su una rossa Alfa Romeo 1750 spider va a schiantarsi contro un muretto in una curva cieca all’ingresso di un paesino della Romagna. Giovanni, ufficiale di cavalleria, e Filippo pilota dell’aeronautica, si troveranno a condividere in armi diverse un po’ di guerra in Nordafrica. L’8 settembre però li troverà su fronti opposti, Giovanni aderirà alla Repubblica di Salò, Filippo affiancherà in maniera quasi casuale i partigiani romani. Negli anni ‘60 Giovanni dopo aver liquidato in favore dei propri fratelli l’eredità della madre Maria, cercò fortuna nell’edilizia in quanto, come spesso declamava “Un conte senza contea né palazzo, è un conte che non vale … nulla”. Non proprio una frase da apporre al cartiglio dello stemma di famiglia ma rende bene l’idea di come in merito la pensi l’esplicito Giovanni. Il 28 dicembre 1931, Maria Adelaide,  avvenente primogenita di Emilio Alvarez de Castro e Maria Corsetti, sposa il barone Giovanni di Giura un giovane diplomatico, raffinato latinista e autore di numerosi libri (insignito, tra le molte onorificenze, del Collare dell’Ordine Supremo della S.S. Annunziata). Giovanni assumerà anche l’incarico di Ministro plenipotenziario in Lituania e Venezuela e, successivamente, ricoprirà la presidenza della prestigiosa associazione culturale Dante Alighieri, ruolo che conserverà per tutta la vita. Negli anni 90’ il Comune di Chiaromonte (Potenza), per commemorarne la memoria, dedicherà al suo nome la via dove è situato il palazzo comunale. Dal matrimonio con Maria Adelaide Alvarez de Castro nascono Gerardo, Fabrizio, Livia e Flaminia di Giura. Fabrizio di Giura, (dottore in legge, marchese di Battifarano, cavaliere d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta, cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro) ha acquisito ad honorem la funzione di ‘decano’ in quanto si è sempre prodigato al fine di mantenere unite le famiglie di Giura ed Alvarez de Castro, organizzando ricevimenti e frequenti occasioni di incontro. Carlo, guardia nobile per rinuncia del fratello primogenito, dopo un lungo celibato segnato da mille innamoramenti perde la testa per la giovane Monica Slaghek Heukensfeldt Fabbri, una bellissima nobildonna discendente da un’antica famiglia olandese e dal ramo di Robilant. Il matrimonio, celebrato con grande sfarzo nel 1956 al cospetto del Corpo delle guardie nobili, fu possibile solo a seguito di dispensa papale in quanto Monica era minorenne (allora la maggiore età si raggiungeva a 21 anni). La ricca e prediletta zia di Carlo, donna Olga Corsetti, fermamente contraria al matrimonio con Monica a causa della grande differenza d’età, diseredò il nipote favorito e non volle più rivolgergli parola. Monica, in più occasioni, si adoperò per riappacificare il marito con la zia, ma Olga mantenne pervicacemente i propri propositi per il resto della sua esistenza. Carlo raccontava sovente questa vicenda e, dopo aver elencato le molte proprietà della zia (tra cui il vasto edificio confinante al palazzo Podocataro, che si affaccia su piazza Ricci), dichiarava perentoriamente di non essersi mai pentito della propria scelta. La maggior parte di queste proprietà sono poi state dilapidate dagli eredi di Olga Corsetti. Dal matrimonio con Monica sono nati Paolo Emilio e Marco. Il matrimonio con l’avvenente Monica risveglia in Carlo l’interesse verso le cose che li circondano. L’effervescenza della giovane sposa è contagiosa e negli interessi dell’attempata guardia nobile Carlo Alvarez de Castro, si fanno strada concetti nuovi, non praticati fino ad allora più per pigrizia che per altro. Per esempio Carlo, essendo nato in quel palazzo ed avendoci vissuto per tutta la sua vita, non era mai stato mosso dalla curiosità di saperne qualcosa di più. Sì, sapeva perfettamente che quel palazzo era appartenuto al celebre cardinale Ludovico Podocataro, ma la storia si perdeva nella notte dei tempi e non gli era mai sembrata meritevole di particolari attenzioni. Monica, invece, con la curiosità che è propria delle giovani donne, lo pungolava, chiedeva e non ottenendo soddisfacenti risposte si rivolgeva alla suocera la quale, essendo a sua volta digiuna della storia dell’antica dimora, la girava alla sorella Olga. Tra Olga e Monica, nonostante il matrimonio avesse portato alla rottura con il nipote Carlo, c’era un buon rapporto; magari non così forte da perdonare l’affronto di Carlo, ma sufficiente per intessere un discorso sulla famiglia Corsetti e sui suoi tanti beni ereditati dalle due sorelle, palazzo Podocataro compreso. Ma neppure Olga era in grado di soddisfare le tante curiosità di Monica. Un giorno affrontando con Carlo il problema di dover necessariamente far rinfrescare alcuni appartamenti da mettere a profitto, Monica si chiese per quale motivo il loro cinquecentesco palazzo era così diverso dal coevo dirimpettaio palazzo Ricci.

Marco Alvarez de Castro in barca con la madre Monica

Tanto ricco di fregi e di affreschi quello, quando spoglio e totalmente privo di carattere il loro. L’inconfutabile logica del discorso di Monica diventò un tarlo nella mente di Carlo. Più ci pensava e più si convinceva che la moglie aveva ragione. In fondo lui aveva sempre sentito parlare di un passo delle vite del Vasari dedicato a palazzo Podocataro dove, secondo l’illustre pittore, aveva operato niente di meno che Perin del Vaga. Ma tracce di quei lavori non se ne vedevano in nessuno dei muri dell’avito palazzo. In quel periodo nelle sale cinematografiche romane spopolava “Fantasmi a Roma”, per la regia di Antonio Pietrangeli con un cast d’eccezione: Edoardo De Filippo, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Tino Buazzelli, Belinda Lee, Sandra Milo e Lilla Brignone. Quella splendida commedia all’italiana avrebbe potuto benissimo essere ambientata nel malridotto palazzo Podocataro. In breve la trama si reggeva sull’ultimo periodo di vita del principe Annibale di Roviano, il quale in perfetta solitudine era solito colloquiare con i fantasmi dei suoi avi che continuavano ad abitare il cadente palazzo. Un giorno, nel tentativo di riparare da solo la caldaia a gas, il vecchio principe salta in aria e, finalmente, vede di persona i fantasmi con i quali parlava da vivo; fantasmi che avevano una comune radice: erano tutti morti di morte violenta. Il nipote del principe, tornato da Parigi a Roma per il funerale dello zio, prende possesso del palazzo senza saper nulla della sua storia, tanto da decidere di venderlo per quattro soldi. A quel punto i fantasmi sentendo che il palazzo sarebbe stato abbattuto per far posto ad un moderno supermercato, decidono di tramutarlo in un bene architettonico e per far questo ricorrono all’aiuto di un altro fantasma che vive in periferia; si tratta del fantasma di un pittore seicentesco, un caravaggista, chiamato per la sua venalità “il Caparra”, il quale accettando per buona la promessa di poter poi vivere in famiglia nel cinquecentesco palazzo con i fantasmi di casa, in una notte affresca l’intero soffitto della grande camera da letto dell’antica dimora, celato da una controsoffittatura incannucciata e telata, dipingendo  un grandioso affresco caravaggesco. Inutile dire che al momento della firma del contratto il controsoffitto squarciato dai fantasmi, crolla sui sottostanti personaggi, compreso un critico delle belle arti che davanti a quel gigantesco “Caravaggio” blocca la vendita e salva il palazzo dove i fantasmi potranno continuare ad aleggiare in eterno. Se Carlo e Monica, accaniti cinefili, lo avessero visto (e non è escluso), il film avrebbe fatto cadere l’ultimo sottile diaframma che separava la logica di Monica dal disincanto di Carlo. Nella realtà, sicuramente poco cinematografica ma non per questo meno priva di sorprese, dovendo fare dei lavori di restauro per mettere a frutto un paio di appartamenti, Carlo e Monica cominciano a saggiare le mura di un salone situato nell’ala opposta a quella dove vivono abitualmente. Carlo, vedendo in alto il lembo di una guida di carta da parati abbondantemente staccata, sale sulla scala e ne strappa i primi quattro strati, poi, rendendosi conto che anche i restanti sei strati vengono via facilmente, con un solo  gesto deciso li strappa portando alla luce la prima parte del ciclo di affreschi sulla vita di Sant’Ignazio di Loyola. Uno strappo che segna la rinascita di palazzo Podocataro. Il successo dell’iniziativa galvanizza Carlo e la giovane travolgente moglie con la quale prosegue l’opera di ricerca scoprendo nei giorni successivi un altro ciclo di affreschi, quattro grandi dipinti allegorici con temi tra sacro e profano, dalle virtù alla mitologia.

La scoperta di questi quattro affreschi nell’ambiente destinato alla cucina, accelera l’urgenza di un intervento qualificato. Carlo decide di coinvolgere il professor Tarcisio Spini che opera nel team di Cesare Brandi, specializzato nei distacchi degli affreschi che accetta e opera il chirurgico distacco prendendosi poi cura del restauro del ciclo dedicato alla vita di Sant’Ignazio di Loyola. Un’operazione complessa con costi finali esorbitanti. Ma Uno dei quattro affreschi commissionati probabilmente da Livio Podocataro 97 Carlo è convinto che quei soldi siano spesi bene e va avanti riportando il palazzo ai fasti di Livio Podocataro, amico di Perin del Vaga, e della nobile famiglia folignate degli Orfini che, a livello pittorico, hanno lasciato il segno.

Tarcisio Spini non si sbilancia su attribuzioni ma per il ciclo di Loyola conferma che si tratta di un valente pittore del secondo Cinquecento. Praticamente nel periodo di maggior fulgore di Tommaso Laureti, detto Tommaso Sicolo, pittore di fiducia di monsignor Giustiniano Orfini; sugli altri quattro, del primo Cinquecento, allude allo stile raffaellesco. Forse un promettente allievo dello stesso Perin del Vaga. A ricordo del pregevole recupero, Tarcisio Spini sistema in perfetto stile, nello spazio tra due riquadri dove la pittura è completamente deteriorata, lo stemma degli Alvarez de Castro e un ovale con la scritta commemorativa: “Carlo e   Monica Alvarez de Castro con i figli Paolo Emilio e Marco qui fece restaurare MIMLXIV”. Unica concessione a memoria dei posteri per invogliarli a mantenere il decoro e la storia del palazzo con il rispetto che è dovuto alle opere d’arte che il destino ci affida. Il complesso restauro alla fine costerà tanto quanto l’acquisto di un appartamento di lusso, ma il palazzo, finalmente, è riportato alla sua cinquecentesca dignità. Più che una speranza, per Carlo è un monito ai figli e alle generazioni future degli Alvarez de Castro perché seguano il suo esempio e le indicazioni del Vasari riferite ai dipinti di Perin del Vaga: “… La qual opera è stata tenuta, e sarà sempre dagli artefici, cosa molto lodevole”.

Paolo Emilio e Marco Alvarez de Castro, figli di Carlo e Monica, alla scomparsa dei genitori hanno raccolto l’impegnativo testimone portando avanti i lavori iniziati da loro. Il primo intervento dei due fratelli, nemesi storica, parte dal cortile che introduce al giardino segreto, da sempre fulcro dell’intero palazzo. Aprendo una cantina dimenticata si trovano davanti una montagna di sampietrini antichi dei quali non si conservava memoria. A Marco e Paolo Emilio basta guardarsi intorno per capire da dove provenissero. Il corridoio d’ingresso del palazzo asfaltato come una strada provinciale, parla da solo. Gustavo Corsetti bruciato dal tarlo della modernizzazione del palazzo, ha pensato bene di togliere gli ‘scomodi’ sampietrini per sostituirli con una modernissima colata di avveniristico asfalto. I due fratelli decidono altrimenti restituendo all’ingresso e alla prima corte le primitive forme con il selciato classico romano che dalla strada prosegue all’interno del palazzo. Con i restanti sampietrini che probabilmente pavimentava – no lo scomparso chiostro, Paolo Emilio e Marco progettano di far corona alle fontane del giardino segreto dando un assetto più ordinato a quello che il tempo rischia di rendere un’intricata selva. Purtroppo il 7 novembre 2012, a soli 56 anni, Paolo Emilio muore lasciando al fratello l’onere di portare avanti l’opera di recupero del palazzo iniziata dai loro genitori. Rimasto solo, l’ultimo figlio di Carlo e Monica deve fare di necessità virtù. I lavori programmati con il fratello marcano il passo ma non sono accantonati.

un brano degli affreschi di Perin del Vaga con il volto di un fauno

Com’era accaduto al padre Carlo, Marco scopre quasi per caso alcuni frammenti delle pitture di Perin del Vaga. Un giorno mentre era intento a seguire il lavoro di un muratore chiamato a liberare uno dei siti ricavati dall’antico portico risalente ai Podocataro, l’operaio fa notare a Marco che il soffitto a volta della camera si è gonfiato e l’intonaco rischia di cadere. A quel punto, per evitare possibili incidenti, Marco sale sulla scala, preme leggermente la mano contro il rigonfiamento e il pesante strato d’intonaco cade a terra liberando il volto di un satiro, una porzione dei celebri affreschi così ricordati dal Vasari: “… fece chiamare Perino, che era suo amicissimo; et insieme consultarono che e’ dovesse fare intorno alle mura di quel giardino molte storie di baccanti, di satiri, di fauni e di cose selvagge”. L’opera di sistemazione del giardino, già in essere, dovrebbe concludersi con il recupero di quanto resta degli affreschi di Perin del Vaga, chiudendo così il cerchio riportando palazzo Podocataro ai fasti del tempo che fu. In questo solco si inserisce uno degli interventi più significativi operati dagli attuali proprietari: il restauro conservativo della colonna romana della prima corte interna e della statua che la sovrasta. Questa è la strada percorsa e da percorrere nella riuscita riqualificazione di palazzo Podocataro-Alvarez de Castro. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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