2/2 La famiglia Alvarez de castro e Palazzo Podocataro

Carlo Alvarez de Castro 
a colloquio con papa Giovanni XXIII. Sopra Seduta sulla balaustra,  Maria Adelaide 
Alvarez de Castro, in basso la sorella Beatrice, accanto in piedi una loro amica a Villa Borghese negli anni ’30

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[…] La bella Maria darà ad Emilio quattro figli: Maria Adelaide, Beatrice, Giovanni e Carlo. L’altro ramo della famiglia,  quello di via della Scrofa rappresentato da Giuseppe, fratello di Emilio, non è da meno. Giuseppe e Savina Gaudenzi in Alvarez de Castro, di figli ne mettono al mondo cinque: Filippo, Mario, le gemelle Ines e Mercedes e infine Giorgio. Mentre Mussolini si applica nel cambiare i connotati a Roma, i giovani Alvarez de Castro si danno alla bella vita. Filippo non è il solo tomber de femmes del casato. Nel ramo di palazzo Podocataro ricoprono lo stesso ruolo l’irrequieto primogenito Giovanni e il suo più pacato fratello Carlo, cugini di primo grado del Filippo di via della Scrofa. Giovanni, tanto per cominciare, rifiuta di entrare a far parte della guardia nobile. “Quella cazzarola in testa” dice al padre Emilio in alta uniforme, indicando l’elmo che in quel momento calza, “non me la metterò mai”. E la ‘cazzarola’ passa di diritto sulla testa del maschio secondogenito Carlo. Giovanni è quel che si dice una testa calda. In famiglia si racconta a mezza voce che un giorno abbia sfidato a duello alla sciabola un pericoloso contendente per una non meglio specificata offesa. La madre Maria Corsetti, temendo il peggio, di nascosto del marito, interviene elargendo allo sfidato una somma di denaro tanto generosa da fargli scegliere la poco Carlo Alvarez de Castro a colloquio con papa Giovanni XXIII 89 onorevole via della fuga. Scampato al duello, Giovanni, appassionato di motori, partecipa a più edizioni della celebre Mille Miglia subendo anche un grave incidente.

1/2 La Famiglia Alvarez de Castro e Palazzo Podocataro.

dal 1902 Alvarez de Castro

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Sul finire del 1800 le feste in casa Corsetti per favorire la sistemazione delle due belle figlie, Olga e Maria, fanno epoca. Nella storia orale della famiglia si tramandano le dure reprimende della madre Adele Polverosi-Corsetti, la quale alla fine di ogni festa lamentava la sparizione dalle cornici d’argento delle foto delle figlie, principalmente di Maria che era bellissima, come la madre. Obiettivo fisso degli strali di donna Adele era un gruppetto di giovani sfrontati, tutti appartenenti alla Roma bene di allora. Donna Adele, con le cornici vuote in mano, soffocando a stento una punta di malcelata gelosia, affrontava le figlie colpevoli di non saper frenare l’audacia di quei damerini cacciatori d’immagini sulle quali sognare. Olga e Maria, probabilmente, vivevano quei ‘furti’ con profondo piacere. Tra i ladri di foto figurava di sicuro l’aitante guardia nobile Emilio Alvarez de Castro, perdutamente innamorato di Maria e da questa, per quel che consentivano i tempi e i morigerati costumi, ampiamente ricambiato.

La famiglia Corsetti a Palazzo Podocataro 1824 – 1902

Palazzo Podocataro, la corte interna e il cancello del giardino segreto.  In alto lo stemma araldico della famiglia Corsetti accanto a un’immagine dell’ingresso di Palazzo Podocataro, che riporta sul soffitto lo stemma Corsetti

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La famiglia Corsetti, nuova proprietaria di palazzo Podocataro, proviene dal ramo di Firenze e opera da anni nella Regione Arenula. Pur avendo nobili radici, a Roma non trova fertile terreno per entrare a far parte della nobiltà nera capitolina; le vecchie famiglie della nobiltà romana fanno quadrato contro i nuovi entrati come i Corsetti, i Mazzetti di Pietralata, i Torlonia e molti altri, ricchi di sostanze ma, a loro dire, poveri di buone maniere. La ricchezza dei Corsetti viene dalla loro primaria attività di ‘spedizionieri’, una professione a cavallo tra agenti d’affari e mercanti di campagna, che esercitano da molte generazioni prima ancora di scendere a Roma. L’ultimo ‘spedizioniere’ dei Corsetti, Luigi padre di Giovanni, movimentava capitali e lettere di credito da capogiro. Il figlio Giovanni, in tono minore, si limita alla gestione della sua piccola ma solida banca privata. In sostanza presta soldi chiedendo in garanzia beni fondiari, soprattutto case ma anche orti, vigne, appezzamenti e intere tenute. I più celebri notai della Curia Capitolina e dell’Auditor Camerae, sono disposti a tutto pur di assicurarsi un cliente come il giovane Corsetti il quale, infatti, appare con grande assiduità sulle rubricelle notarili di almeno una dozzina di studi. Rubricelle che il più delle volte parlano di prestiti non onorati conclusi con la perdita del bene ipotecato. Giovanni Corsetti abita in piazza Navona 86 ed è fideiussore del palazzo di proprietà del Collegio Inglese confinante con palazzo Podocataro. Allo scadere della fideiussione Giovanni fa valere il suo diritto di prelazione e acquista il palazzo per seimila scudi d’oro che vanno a rinpinguare le esangui casse del Collegio Inglese depredate dai francesi durante l’occupazione. Questo è il secondo palazzo che risulta acquistato attraverso una normale compravendita. Il primo è il confinante palazzo Podocataro dei folignati Orfini. Quando Alessandro Orfini decide di vendere, Giovanni fiuta l’affare ed è lesto a concludere.

La famiglia Orfini a Palazzo Podocataro 1575 – 1824

Lo stemma araldico della Famiglia Orfini. In alto sulla destra il rogito stilato dal notaio Filippo Apolloni il 12 giugno 1824 per la vendita di palazzo Podocataro a Giovanni Corsetti da parte di Alessandro, ultimo degli Orfini ‘romani’, proprietari per 249 anni dello storico palazzo di via di Monserrato

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Orfini, non Orsini. È tempo di ristabilire una verità storica negata dal 1500. Palazzo Podocataro, a differenza di come appare su tutti i testi cartacei e telematici esistenti, nel 1575 fu venduto dai fratelli Costanzo, Ardicino e Francesco della Porta, non agli Orsini che dominavano la Regione Arenula bensì agli Orfini, con la ‘effe’ come Foligno. Proprio da Foligno proveniva monsignor Giustiniano Orfini, cameriere segreto di papa Pio V Antonio Ghisleri, illustre affittuario dei fratelli della Porta, in odore di una porpora che purtroppo per lui non arrivò mai. Probabilmente l’involontario primo errore è stato frutto della sudditanza psicologica di un amanuense intento a scrivere sotto dettatura il secondo passaggio di proprietà del palazzo Podocataro-   della Porta. Il poveretto scrive Orsini invece di Orfini e tutti gli altri, scansando la fatica di scorrere il rogito e i tanti altri documenti esistenti dove in latino si legge “Orphinus” e “fulginatensis”, attribuiscono la proprietà dal 1575 ai giorni nostri alla nobile e incolpevole famiglia Orsini che nella Regione Arenula esercita il suo potere. La scoperta del marchiano errore si deve ad Alberto Laudi, noto ricercatore di storia delle famiglie romane e di storia dell’arte, imparentato con gli Alvarez de Castro attuali proprietari di palazzo Podocataro. Alberto Laudi, abitando fino a pochi anni fa nel palazzo di famiglia in via Sant’Aurea, a cinquanta metri da palazzo Podocataro, ha studiato a fondo la storia delle antiche famiglie della Regione Arenula e dei loro aviti palazzi come i Pericoli, gli Incoronati, gli Sterbini, gli Aste e, ovviamente, i Podocataro e i Corsetti.

La famiglia della Porta a Palazzo Podocataro 1565 – 1575

Il cardinale Gianfrancesco Gambara uno dei garanti della collezione Podocataro. in alto lo stemma araldico della famiglia della Porta e l’atto notarile di vendita di Palazzo Podocataro

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Dieci anni appena, o poco più. A tanto arriva il periodo di proprietà vantato dalla famiglia della Porta su palazzo Podocataro, acquistato con atto rogato dal notaio Ceccholus Hieronimus de Tarano il 27 aprile 1565, perfezionato il 22 marzo 1573 dal notaio dell’Auditor Camerae Antonius Guidottus e ceduto all’affittuario monsignor Giustiniano Orfini un paio di anni dopo. La dichiarata intenzione dei fratelli Costanzo, Ardicino e Francesco della Porta di considerare l’acquisto di palazzo Podocataro un puro e semplice investimento immobiliare, unita ai tanti lacci e laccioli presenti nell’atto di vendita a tutela dei beni artistici presenti nella proprietà, rendono difficilmente gestibile l’immobile, nonché problematica la sua stessa vendita.   I testamenti di Ludovico prima, e quelli di Livio e Cesare Podocataro poi, tutti redatti in maniera da blindare la prestigiosa collezione statuaria e geroglifica sulla quale vigilano tre garanti di gran peso come il marchese Incoronati, il vescovo Luigi Ardinghelli e il cardinale Gianfrancesco Gambara, non lasciano margini decisionali tali da modificare alcunché, così i tre fratelli della Porta cominciano a pensare di cedere ad altri il palazzo.

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